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L’Italia delle figuracce. Complesso d’inferiorità e potere

di Massimo Bonato

Che ne sarebbe della tua bellezza
se io non ti guardassi

                                                                                               Roland Barthes, La camera chiara, 1980

 

Figuracce

In fin dei conti sono semplici e quotidiani i gesti e i comportamenti su cui articoliamo l’intero approccio agli altri, alla lettura della realtà e ai processi decisionali con cui rispondiamo a essa.
Il saluto, il ringraziamento, non sono che banali esempi tra i molti che costellano la nostra giornata. Gesti appunto semplici, nondimeno importanti, fondamentali perché attraverso essi, riconosciamo noi stessi e l’altro. Fossi un etologo li chiamerei comportemi, unità minime di comportamento su cui appunto fondiamo atteggiamenti più articolati e complessi. Ma non sono un etologo.

Leggendo i giornali dell’ultima settimana mi torna in mente la nonna e le frasi semplici da lei pronunciate all’infinito, fondanti un pensiero però comune: “E la gente, poi, cosa dice?”
Ecco, se si imposta su Google la parola “figuraccia”, la locuzione “brutta figura” assieme al nome di –  senatore Pd e vicepresidente Commissione Trasporti –, o , vien fuori una bella quantità di materiale, molto recente.
Perché in questi giorni si è parlato di nuovo molto della “figuraccia” che l’Italia farebbe, avrebbe fatto nei confronti di Europa e Francia per il bailamme nato da conti non chiari, costi lievitati per i lavori relativi alla linea ad alta velocità Torino-Lione. Una figuraccia che avrebbe fatto scattare il primo ministro Renzi e saltare direttamente al senatore senza passare dal via, il ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Maurizio Lupi.
L’Italia si preoccupa molto delle figuracce che fa in giro per il mondo. La Francia no, per esempio. Soltanto in aprile la Francia non avrebbe saputo dire dove reperire il denaro con cui accreditarsi all’Ue per la richiesta dei fondi necessari all’opera del tunnel transfrontaliero. Nessuno diede una spiegazione; i giornali d’oltralpe appena toccarono l’argomento, che invece venne trattato in Italia come caso nazionale, e le rassicurazioni vennero anziché dal ministro dei Trasporti francese, da quello italiano e dal Commissario di governo per la Nuova Linea Torino Lione, Mario Virano. Esportiamo sempre meno, ma almeno le anomalie hanno ancora mercato.

La figuraccia ha credito e importanza non comune in Italia. Altrove, uno scandalo, un improprio, un reato o un malcostume conducono responsabile o deputato alle dimissioni, in Italia si preferisce fare ammenda di una figuraccia e tirare avanti. È il senso pervasivo della condivisione degli oneri e la privatizzazione degli utili, che fende e si radica anche nella morale nazionale.
Così una figuraccia fa saltare a piè pari la scala gerarchica al governo, e diventa motivo di carcerazione – tra gli altri.

Quando parlarono le parti civili al maxiprocesso per i 53 , l’avvocatura di Stato chiese un milione di euro di danni all’immagine dello Stato. La parte civile per cui l’avvocatura trattava niente po’ po’ di meno era se non la Presidenza del Consiglio dei Ministri che vedeva negli scontri, del tutto nostrani, del 27 giugno e del 3 luglio 2011 a Chiomonte in Val di Susa, una lesione ai danni dell’immagine dello Stato. La cosa non ebbe seguito.
La stessa lesione dell’immagine dello Stato che invece divenne uno dei capi di imputazione per i quattro accusati di terrorismo, per aver incendiato un compressore durante un’azione notturna contro il cantiere di Chiomonte nel maggio 2013.
L’Italia ci faceva una figuraccia con Europa e Francia. Intanto il movimento No Tav continuava a produrre prove sulla lentezza dei lavori e il ministro Lupi a ripetere come un tic nervoso che i lavori proseguivano a spron battuto rispettando i tempi. Fino a oggi, in cui, calcolatrice alla mano i conti non tornano di nuovo.

Ma può essere la frontiera a far la differenza. Può essere che questo stare al di qua delle Alpi, così prossimi alla Francia, faccia sentire di dover rendere a lei conto in qualche modo. Perché più distante, i fatti di cui l’Italia non prova vergogna o disagio sono incommensurabili eppure sotto gli occhi di tutti ogni giorno. Sotto gli occhi italiani ma anche stranieri ovviamente. Così, infatti, – tra reati più gravi contestati  – la figuraccia che si pensa di aver fatto porta in carcere quattro persone per dieci anni, con l’accusa di terrorismo; ma la più comune malvivenza si trova scarcerata all’indomani dell’arresto, agli arresti domiciliari. Due pesi due misure. Abbastanza diversi e distantissimi tra loro.

Ma chi la fa la figuraccia?

Gli etnologi sono concordi nell’affermare che uno stato di guerra è quanto di più favorevole allo stabilirsi di una solidarietà diffusa; sono altresì concordi nell’affermare però pure, che l’avere un esercito regolare permanentemente in guerra, con una propaganda efficace che individui sempre il nemico e lo renda palese agli occhi di tutti perché non manchi all’esercito al fronte l’appoggio della popolazione, fa sì che la popolazione si identifichi con l’esercito, contro un oppositore, creando un’immagine di sé “differenziale”. Ovvero creda di sé non positivamente un insieme di qualità e caratteristiche che la connaturino, ma possa parlare di sé soltanto contrastivamente, soltanto cioè affermando di sé quello che non è: un’affermazione di sé ex positivo dice “Io sono”, un’affermazione di sé ex negativo, differenziale, dice “Io sono ciò che tu non sei”.
Ma non sono un etnologo. Semmai gli studi a cui attingo e che mi sono più consoni sono quelli di sociologi come Zygmunt Bauman o Stiglitz, di filosofi come Derrida, e meglio, di semiologi come Roland Barthes, di cui cito in epigrafe una frase cruciale per il discorso.
“Che ne sarebbe della tua bellezza se io non ti guardassi” implica che l’esistenza non è propria ma dovuta a qualcun altro, che la considerazione di sé non è frutto di un processo di conoscenza di sé e di accettazione, ma semmai all’inverso frutto di esclusione e di opposizione.
L’argomento che porto è quindi questo. Esistono molti modi in cui la rappresentazione del sé, individuale e collettivo, può formarsi. Quello carpito alla tematica della guerra è soltanto un esempio. Un altro, di cui tratta questo articolo, è la “brutta figura”, la “figuraccia”.
Quando possiamo dire di aver fatto una figuraccia? Quando si è contravvenuto a un comportamento. Quale comportamento? Quello dettato dal senso comune al quale si è convinti di dover aderire, per poter vivere armoniosamente nella comunità; ma anche quello che crediamo ci si attenda da noi. E chi è che determina allora il comportamento che crediamo ci si attenda da noi? Un “altro”.
Penso di fare una figuraccia, o una quasi-figuraccia, quando incontro un conoscente di cui sbaglio il nome salutandolo, per la convinzione che l’altro si aspetti che lo riconosca, che mi ricordi di lui. Faccio una figuraccia se mi sento toccare sulla spalla mentre orino contro un muro cittadino, perché orinare contro un muro cittadino è azione contraria al senso comune e a quel che son convinto essere in generale la buona educazione. Esco dall’università con l’imbarazzo della figuraccia appena fatta presentandomi all’esame al quale non ho saputo rispondere, perché l’altro, il docente, come tutti, si aspetta che uno, a un esame si presenti preparato.
Quando quindi leggiamo che l’Italia ha fatto una “figuraccia” che cosa stiamo leggendo? Stiamo leggendo che qualcuno è convinto che l’”Italia” avrebbe dovuto comportarsi secondo il modo dettato da qualcun altro, fuori dal Paese, nell’interesse più generale di cui l’Italia fa parte ma che non onora. L’Italia allora sembra apparire sempre più spesso ciò che è soltanto in virtù di quanto altri vogliano che essa sia: quella che fa i compiti, quella che scava tunnel, quella che in nome di un vago senso del modernismo abolisce l’ dello Statuto dei lavoratori.

Soggettivismo e complessi di inferiorità

Un mistero si cela sempre dietro a queste volontà: chi impone le proprie volontà all’Italia alle quali deve adeguarsi? L’Italia stessa.
Perché a ben guardare, è chi pensa di aver fatto una figuraccia a essersi anche prefigurato la volontà altrui senza esserne certo. In “credo” che tu “voglia” da me un certo adeguamento a una norma, a un comportamento, violo questa tua presunta volontà e quindi “credo” di aver fatto una figuraccia. In realtà ho fatto però tutto da solo. Credenze, non fatti.

Basta leggere i giornali di questi ultimi anni per rendersi conto delle reali volontà esterne e dei motivi per cui l’Italia crede di aver fatto una “figuraccia”: stando a noi, agli esempi portati, nessuno ha obbligato l’Italia a produrre una linea ad alta velocità che perforasse una montagna per 57 chilometri con danni economici, ambientali e sociali di tutto rilievo. Dall’Europa la richiesta è stata per molto tempo l’ammodernamento del traffico ferroviario, salvo poi convincersi essa stessa dell’ineluttabilità dello scavo del tunnel transfrontaliero, a forza di proclami di credenze. Nessuno ha chiesto esplicitamente l’abbattimento dell’articolo 18, se non maggior flessibilità, raggiungibile per vie più eque, produttive ma certo più faticose. In realtà, gli investitori stranieri, più e più volte, han giustificato la loro ritrosia a impiantare imprese in Italia per la macchinosa burocrazia, la pervasività di corruzione e malvivenza. Argomenti, questi ultimi però, che l’Italia non sembrano fare vergognare.
Ed è questo il soggettivismo: convincersi di che cosa l’altro crede di noi, che questo sia un dettame al quale dover noi corrispondere e pensare di aver fatto una “figuraccia” violando questo patto virtuale, stabilito con chi se non con se stessi solamente?

Avere il potere di sentirsi inferiori: un paradosso molto produttivo

Perché questo sia possibile però è necessaria una predisposizione. La predisposizione a sentirsi all’altro inferiori. Un senso di inferiorità diffuso e ansiogeno che produce credenze di questo tipo: che altri vogliano da noi qualcosa che non sappiamo dare, che non siamo riusciti a dare. Un “altro” autorevole rispetto a noi, perché dobbiamo rispettarne la volontà.

Degli argentini si dice che si suicidino salendo sul proprio sé e gettandosi di sotto. Un’ironia volta a sottolineare quanto l’argentino sia un popolo non solo orgoglioso, ma la cui autostima sconfini senza scrupoli in superbia. Ora però, bisognerebbe insediare là un medico professionista perché ne riportasse la diretta esperienza, tanto per fare un esempio che credo calzante. Un professionista che a Buenos Aires non rispondesse a ogni singola domanda del paziente con pazienza ed esaurientemente, da pari, al servizio del paziente, sarebbe costretto a cambiare presto mestiere. In Italia, se non sempre, certo spesso, il rapporto medico-paziente è un rapporto impari, di soggezione, in cui se non sempre, certo spesso, il paziente ha persino timore a domandare spiegazioni, a esigere dettagliati approfondimenti sul proprio stato e sul proprio corpo, e di sicuro non discute la diagnosi per quanto può aver competenze da avocare. Ha cioè un timore reverenziale verso una figura autorevole. “L’ha detto il dottore!”

Questo accade ai singoli. Ma sui giornali leggiamo delle “figuracce” che facciamo in quanto Italia, in quanto popolo, per le deficienze di pochi.

Conclusioni

Si è detto che la “figuraccia” è un modo differenziale di rappresentarsi nella realtà: non “io sono”, ma qualcosa molto simile a un “io sono ciò che credo tu voglia io sia”. Questo è possibile in virtù di un soggettivismo per il quale si creano credenze: si crede cioè che un “altro” autorevole voglia da noi qualcosa. Perché questo avvenga è necessario soffrire di un complesso di inferiorità che crea peraltro una continua cortocircuitazione e si autoalimenta: perché se crea credenze, se predispone a pensare che un “altro” possa essere su di noi incisivo con la sua autorità e volere da noi qualcosa, non soddisfare la sua volontà conferma la nostra subordinazione e la relativa inferiorità.
A questo aggiungiamo un ultimo tassello, la conclusione peraltro già anticipata.
Se la “figuraccia” è la manifestazione dell’imbarazzo procurato dal non aver soddisfatto ciò che si crede la volontà altrui, al livello del Potere, è anche segno di potere, paradossalmente. Non verso l’altro, verso cui si è proni e succubi, ma verso il proprio stesso organismo, la popolazione, l’italiano con cui si condividono gli oneri dell’imbarazzo, della “figuraccia” internazionale.
Il risultato è che, da un lato, superato il singolo imbarazzo per la singola “figuraccia”, si è pronti a ricominciare daccapo, e dall’altro, non si prova il benché minimo imbarazzo a contravvenire alle richieste del proprio elettorato o a violare qualsivoglia dettame costituzionale, nonché lasciare insoddisfatte urgenze sociali, ambientali, culturali, sotto gli occhi di tutti.
E questo è il gioco del potere. Potersi permettere figuracce che passano in cavalleria senza rispondervi. Se il deputato di un Paese che può dire di sé “io sono” si dimette per uno scandalo più o meno grave, il deputato di un Paese che dice di sé “io sono ciò che credo tu voglia io sia” farà la sua brava figuraccia, farà spallucce e se ne infischierà alla fine e del proprio popolo e pure di quell’autorità esterna alla quale è convinto di dovere qualcosa.

M.B. 21.11.14