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L’ora dei “pacifisti”

In un momento critico per i numeri sul terreno, nuova forza per la resistenza potrebbe venire dalla componente popolare più "autorevole" ma solo se vorrà assumersi responsabilità e abbandonare la passività.

di Fabrizio Salmoni

Se è vero, come molti sostengono, che la marea si è ultimamente ritratta di qualche metro, la causa non è sicuramente una “sconfitta” come sostengono alcuni sconosciuti. Mai come oggi infatti, il messaggio politico confezionato in anni di resistenza è stato così diffuso, capito e condiviso; mai ha avuto una rappresentanza istituzionale cosi ampia (almeno 11 comuni e una forza politica in Parlamento, compatti sul No); mai la consapevolezza della corruzione indotta dalle Grandi Opere è stata cosi solida. È opinione di molti ormai, ma “non ammessa” che la controparte non si voglia sedere a “dialogare” per due motivi fondamentali: perché i dati inchioderebbero la verità e perché non si può accettare che un esperimento politico e sociale come quello valsusino venga premiato.

“Stiamo vincendo da 25 anni” – ha dichiarato recentemente Alberto Perino e sulla carta è vero. È pur vero però che il numero di attivisti impegnati in prima persona si è sensibilmente ridotto a partire dai primi mesi del 2012, dalla prima offensiva giudiziaria che ha portato al maxiprocesso, dagli scontri del Vernetto, ultimo rilevante episodio di mobilitazione numerosa. Da allora, se si eccetuano i grandi cortei che pur ci sono stati, l’assedio al cantiere è stato portato avanti efficacemente (dal punto di vista del rilievo mediatico) solo dai giovani e “abili” con gli assalti pirotecnici notturni, azioni che hanno da una parte tenuto vivo l’entusiasmo di molti ma che hanno causato perdite, divisioni e attacchi mediatici e giudiziari senza precedenti. In Val Susa, checché se ne dica, è in corso, se non un’occupazione militare classica, un esperimento di regime speciale di controllo poliziesco in cui il minimo gesto di dissenso (vd. il caso “pecorella” o quello dello stupido bacio provocatorio al carabiniere) genera repressione.

È una situazione difficile che crea discussioni e dissensi che a loro volta portano comprensibilmente disaffezione, soprattutto in chi negli ultimi due anni ha sostenuto maggiormente il peso delle azioni e le maggiori perdite. violinoNoTav Se dunque per mantenere il consenso e impedire una repressione massiccia, le strategie semipacifiche hanno fin qui avuto ragione di essere e quelle più aggressive si sono fatte sempre più difficili ora c’è forse il bisogno di trovare nuove strade per mettere in difficoltà la controparte e per riportare in Valle i numeri necessari per un’ulteriore spallata al Progetto. I tempi sono maturi: la crisi economica costringerà sempre più la controparte a fare i conti, il Pd piemontese è allo sfascio politico e morale: lo tengono in piedi solo la distribuzione delle poltrone, la retorica sulla forza elettorale renziana, le grandi intese sul piano locale e l’apparente unità sul Tav (un tema su cui non c’è condivisione tra gli stessi maggiorenti del partito ma che viene sostenuto dall’omertà e dal terrore di pronunciarsi contro quello che per loro è diventato un vero tabù).

Il resto è sotto gli occhi di tutti: guerra per bande, scambio di attribuzioni mafiose tra le stesse, un panorama ideale per auspicabili prossime leaks. Le forze per nuove offensive in Val Susa ci sono. Potrebbe essere per esempio l’ora dei “pacifisti”. Sono tanti, sono sempre stati presenti, determinanti nell’interpretare la disponibilità popolare a sostenere la protesta e sostanzialmente a guidarla fino a qui ma oggi sono chiamati dalla necessità a dare di più, a liberare tutta la forza delle loro convinzioni. Lo chiedono soprattutto quelli stremati dalle azioni di resistenza e dalla repressione giudiziaria, quelli che assistono al diminuire dei numeri davanti alle reti e che in cuor loro rimproverano “la gente che non si muove”, quei solidali che vengono a fare “i campeggi” e che si ritrovano a vagare in poche decine per la Valle senza causare il minimo disturbo.

I “pacifisti” possono cambiare le carte in tavola ma solo se decidono di abbandonare la passività, il ruolo di meri predicatori e di interpretare invece il loro ruolo nelle forme più efficaci della loro tradizione ideologica e culturale: si stendano davanti ai cancelli e ci rimangano; si facciano portare via di peso e poi si ri-distendano qualche metro più indietro; si prendano le loro manganellate, le loro denunce e cerchino di resistere. Intorno a loro si attiverebbero forme di sussistenza sperimentate, il blocco dei cancelli porterebbe danno all’attività del cantiere, i media dovranno parlarne e intanto altre aree del cantiere potrebbero essere poste sotto pressione, altre componenti tornerebbero a dare un apporto concreto in una situazione nuovamente frizzante. I mugugni cesserebbero, la coesione interna del se ne gioverebbe e l’opposizione parlamentare avrebbe nuovi stimoli. Insomma, pacifismo si ma militante, attivo, di lotta. Quello attuale è un momento cruciale che richiede di riprendere l’iniziativa, ridistribuire le responsabilità e ricorrere a forze fresche che combattano sul proprio terreno. C’è da sperare che si facciano avanti.

F.S. 18.08.2014