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L’ultima Roma imperiale… l’attualità di Indro Montanelli

Nell'opera storica di Indro Montanelli sulla Roma Imperiale una lezione molto attuale.

Intervento di Antonio Alei.

“L’ultima ” è il titolo del cap. XIII del libro “L’Italia dei Secoli Bui” di e Roberto Gervaso – Ed. Rizzoli, 1965.

Ho estratto alcuni passi dal testo e le analogie fra l’agonia dell’Impero Romano e quanto accade oggi sono singolarmente sorprendenti, come appresso riportato:

L’ultimo Senatore degno di questo nome era stato Simmaco, alle cui “Lettere” dobbiamo il più gradevole ritratto dell’agonizzante imperiale. Veniva da una grande famiglia di Consoli e di Prefetti, che avevano servito con la medesima accortezza gli interessi dello Stato e quelli propri, come dimostrava l’immenso patrimonio che avevano accumulato. Fra l’altro essi avevano disseminato, dal Lago di Garda alla Baia di Napoli, una catena di sontuose ville, in modo da poter scorrazzare la Penisola senza lo scomodo di uscir di casa.

Le sue “lettere” sono una limpida, ma parziale descrizione della Roma dei suoi tempi, dal punto di vista dei ricchi privilegiati, che ancora vi mantengono posizioni di rilievo, sia pure soltanto decorative. Quella che non lo è più sul piano politico, è ancora però la capitale intellettuale dell’Occidente, dove chiunque voglia parlare al mondo civile è costretto a venire per impararne la lingua e i costumi e per trovare gli strumenti di diffusione. Nei palazzi si sono accumulati libri e oggetti d’arte. Vi sono tappeti che costano fino a duecento milioni di lire. Battaglioni di cuochi preparano pranzi sontuosi.

Tuttavia la dedizione al bene pubblico è ancora grande. Questa classe dirigente, lungi dal trarre profitti dalle sue cariche amministrative e diplomatiche (di quelle militari ha perso perfino il ricordo), se le mantiene finanziando di tasca propria circhi e teatri. È un ceto signorile, di altissima civiltà, che non ruba più perché i suoi avi hanno già rubato abbastanza, e alla cui porta tutti i forestieri, barbari o meno, fanno ressa per esservi accolti.

[N.d.R. Questo è il ritratto che l’aristocratico Simmaco fa di Roma, un ritratto sicuramente di parte, tanto che Montanelli prosegue con quello che invece ne dà un prete originario di Marsiglia, un certo Salviano]

C’è senza dubbio del vero, in questo attraente ritratto, ma visto da una parte sola. L’altra ce la fornisce un cristiano, anzi un prete di Marsiglia, Salviano, nel suo libro Il governo di Dio, di cui Agostino ebbe probabilmente conoscenza. Salviano non vede che oppressione, corruzione e immoralità, a differenza di quanto avviene nelle società barbariche, rozze ma cementate dallo spirito di sacrificio, da un sentimento di solidarietà e di fratellanza e dalla legge dell’onore.

“Roma muore e ride” dice questo puritano che non l’ama e che forse ha letto un po’ troppo Tacito. Ma anche nella sua descrizione del vero c’è.

La città aveva in quel momento meno di duecentomila abitanti, fra i quali i Romani di razza dovevano contarsi, al massimo, a centinaia. Dai tempi di Cesare essa era una metropoli in prevalenza orientale, che si era abituata a vivere parassitariamente alle spalle delle province romanizzate. A parte una cartiera e una fabbrica di coloranti, le sue uniche industrie erano la politica e il saccheggio. …………

Da allora sempre più Roma aveva dovuto contare solo sulla Penisola. Ma neanche qui le cose procedevano bene. La popolazione complessiva non superava i cinque milioni. Ma ai guai della decadenza demografica dovevano aggiungersi quelli del declino della classe media.

Dai Gracchi in poi Roma aveva sempre lottato per ricostruire o puntellare quella società contadina di coltivatori diretti che davano i migliori soldati all’esercito e i migliori funzionari all’amministrazione. Ma il sistema fiscale del basso Impero l’aveva definitivamente rovinata. La Tributaria era talmente corrotta e prevaricatrice che, stando a Salviano, per la prima volta, nel terzo secolo, si videro dei cittadini romani fuggire, per sottrarvisi, oltre la “cortina di ferro” del limes, e rifugiarsi presso i barbari.

I memorialisti del tempo hanno lasciato scritto che coloro che vivevano sulle tasse erano più numerosi di coloro che dovevano pagarle. Ed era la conseguenza di due fenomeni ugualmente deleteri e che si sviluppano sempre di pari passo: da una parte il proliferare della burocrazia, dall’altra l’assottigliamento dei contribuenti. I quali, incapaci di far fronte al fisco, sempre più vendevano il podere o la piccola fattoria al latifondista, facendosene assumere in qualità di coloni, cioè pressappoco di servi della gleba.

Questa è una delle ragioni per cui il Feudalesimo, fenomeno tipicamente germanico, in Italia attecchì prima che altrove, ma vi ebbe anche la vita più corta. I barbari, che non si erano allenati al comando sugli schiavi, avevano del vassallaggio un’idea molto più umana dei Romani, perché lo esercitavano sui loro fratelli, e quindi con molte limitazioni e garanzie.

I Romani invece si erano sempre riconosciuti il diritto di disporre della vita dei loro dipendenti, e vi avevano contratto una specie di vizio mentale. Paolino di Pella si congratulava della propria moralità scrivendo, in questi tempi, di essersi sempre contentato, quanto a concubine, delle serve: il che costituiva, secondo lui, solo l’esercizio d’un diritto.

In questo contado scarsamente popolato da una plebe di mezzadri e di braccianti senz’altra protezione che quella graziosamente concessa dai potenti, solo costoro vivevano agiatamente, perché quasi tutto il reddito veniva rastrellato a Roma. Ma anche qui ci si guardava dal distribuirlo equamente.

Mentre Simmaco iscriveva nel suo registro dei conti la spesa di oltre cinquecento milioni di lire per uno spettacolo nel Circo, dove trenta gladiatori sassoni preferivano strangolarsi ciascuno con le proprie mani piuttosto che sbudellarsi l’uno con l’altro, un vasto proletariato viveva solo di sussidi, di elemosine e di piccoli intrallazzi, approfittando di ogni disordine per dedicarsi al saccheggio di banche e negozi.

Le due Rome, quella splendida dei pochi e quella miserabile dei molti, convivevano. Tutte le decadenze in tutti i luoghi e in tutti i tempi sono contrassegnate dai medesimi fenomeni: le accresciute distanze sociali fra un numero sempre più piccolo di privilegiati e una massa sempre più grande di derelitti, l’affievolimento di ogni vincolo di solidarietà, e la totale indifferenza di tutti agli interessi della comunità.

Nei salotti della ricca Roma, quasi tutta pagana, si parlava di Cicerone e di Catullo, si citava Aristotele, si corbellavano i Generali barbari, le loro rozze maniere, i loro errori di pronunzia e di ortografia. Nei “bassi” della povera Roma cristiana ci si arrangiava come si poteva e si era troppo impegnati a metter d’accordo il desinare con la cena per potersi preoccupare dell’Impero, dello Stato, del Passato e del Futuro.

[N.d.R. Tributaria prevaricatrice, evasione fiscale da parte dei ricchi, scomparsa del ceto medio, arricchimento illecito e ricchezza concentrata in poche mani, corruzione galoppante, prevaricazione e schiavismo verso i propri dipendenti e i ceti più deboli, indifferenza verso gli altri, mancanza di solidarietà e rispetto del bene comune.E’ solo un caso? O la Storia con la esse maiuscola (detta ancheMagistra Vitae) è ciclica e di fatto non insegna proprio un bel niente?]

A intendere e ad esprimere in tutta la sua grandezza e tragicità questa catastrofe ci fu solo un poeta. Ma non era romano, e nemmeno italiano. Era un gallo nativo forse di Tolosa, forse di Narbona, si chiamava Rutilio Namaziano, veniva dalla carriera amministrativa, ed era stato prefetto in Toscana e in Umbria.

Prima di tornarsene in patria sotto l’incalzare delle invasioni visigote e vandale, volle pagare il suo debito di gratitudine a Roma, che aveva fatto di lui un uomo civile e colto, dedicandole un’apostrofe che dimostra quanto quella civiltà e cultura egli le avesse assimilate. Forse il suo libro è l’ultimo capolavoro della latinità classica. Comunque, lo è certamente l’addio all’Urbe che vi è incluso:

Ascolta, regina bellissima di un mondo che hai fatto tuo, o Roma,

accolta negli stellati cieli, ascolta, madre di uomini e di dei.

Non lontani dal cielo siamo noi quando ci troviamo nei tuoi templi …

Tu spargi i tuoi doni eguali ai raggi del sole per ovunque in cerchio fluttua l’Oceano …

Non ti fermarono le sabbie infocate di Libia, non l’estrema terra armata di ghiaccio ti respinse …

Facesti una patria sola di genti diverse, giovò a chi era senza leggi diventar tuo tributario

poiché tu trasformavi gli uomini in cittadini e una città facesti di ciò che prima non era che un globo.

Non si poteva dire di più, né meglio. Questo barbaro dal cuore traboccante di affetto, di riconoscenza e di ammirazione, aveva composto per Roma il più bell’epitaffio in un latino degno di Virgilio. Ma i Romani non lo lessero e ancora oggi il nome di Namaziano è noto solo a pochi studiosi.

Indro Montanelli, 1965