L’utopia della piena occupazione

Una riflessione sul concetto di piena occupazione, sul futuro del pianeta e sul destino dell'uomo.

Tasso disoccupazione

contributo di Antonio Alei.

Ho seguito su La7 gli interventi degli ospiti di Lili Gruber ad “Otto e mezzo” di stasera (27 febbraio 2016). Fra gli argomenti trattati relativi ai problemi dell’ vi era l’anticipazione di un futuro in cui il dell’uomo sarà in buona parte sostituito da macchine (robot e simili).

Il problema che già si evidenzia drammaticamente oggi è come dare lavoro e remunerazione ad una mole di disoccupati in continuo aumento. Si è ventilata l’ipotesi di una redistribuzione della ricchezza e di un sussidio “sociale” di sopravvivenza. Grazie a questo l’uomo, libero da impegni lavorativi di vecchia concezione, potrà finalmente dedicare il “tempo libero” acquisito alla creatività e all’ideazione di nuovi prodotti materiali e virtuali che migliorino ulteriormente la qualità della vita.

Principi questi su cui saremmo tutti d’accordo: meno lavoro, più tempo libero, maggiore creatività, migliori condizioni di vita per tutti. Una spirale di crescita virtuosa che sembra non avere limiti spaziali e temporali.

E’ qui che nascono i problemi, nessuna attività o crescita in natura è per legge fisica “infinita”. Infinito è lo spazio/tempo virtuale in cui ama vagare il pensiero umano, ma la cruda realtà dell’esistenza alla fine ci riconduce a fare i conti con i limiti fisici del vivere quotidiano.

La Storia pare che non ci abbia insegnato niente. La famosa Crisi del ’29 è nata da un eccesso di produzione di beni non collocabili sul mercato. Come venne raggiunta la piena produzione ed occupazione? Soltanto con l’economia di guerra: 150 milioni di persone “ingaggiate” a tempo pieno nelle forze armate dei paesi belligeranti e altrettanti impiegati sempre a tempo pieno nelle fabbriche di materiale bellico (bombe, armi, aerei, navi, sottomarini, carri armati, ecc.). Un gran consumo di ogni sorta di materiali “offensivi” e un centinaio di milioni di morti hanno siglato l’efficienza di una economia basata appunto sul “consumo”.

Ora noi vorremmo che si producano ancora più beni e si abbia d’altra parte una minore occupazione, con l’artificio di sovvenzionare gli acquisti dei beni prodotti con un reddito “sociale” di sopravvivenza. Vuol dire che non abbiamo capito proprio un bel niente. Da quale “cilindro” di prestigiatore andremo ad estrarre tutto il ben di Dio che dovrebbe consentire il “sollazzo” di miliardi di persone oggi e per di più prolungarlo alle decine di miliardi di esseri dei secoli a venire?

Questo pianeta è già allo “stremo delle forze”, lo stiamo spremendo peggio di una rapa nel tentativo di estrarne l’ultima goccia di sangue rimasto e mi sento dire che stiamo andando dritti come treni verso il “Paese dei Balocchi”.

Quanto tempo può reggere un mondo di “pensatori” spensierati e “distratti” dalle fatiche materiali del vivere quotidiano, ma tutti presi a decantare poemetti sulla natura o a filosofare sull’uso migliore delle nuove tecnologie virtuali?

E’ oramai trascorso un secolo dal boom dell’industrializzazione selvaggia, ma non abbiamo mosso un passo verso il risanamento dei danni prodotti da uno smodato sfruttamento del suolo, del sottosuolo, dell’aria e degli oceani e pensiamo a come organizzare un futuro con ancor più macchine, che consumeranno ancor più materie prime ed energia di oggi, per consentirci di vivere alla stregua dei “Vitelloni” con Alberto Sordi, pieni di vizi e di voglia di non far niente (all’homo sapiens sapiens ho smesso di credere da un pezzo).

Infatti il problema di cui si continua a non tener conto è l’uomo. Quanti di voi pensano che la maggioranza degli umani sia fatta di gente di buona volontà con una voglia matta di darsi da fare in ogni modo per migliorare la propria posizione? L’uomo è per natura “predatore” e sceglie sempre la strada di “minor fatica” per raggiungere i propri obiettivi (soddisfare prima la pancia e poi divertirsi, possibilmente a spese di qualche fesso di turno). Se poi la strada gliela “spianiamo” graziosamente con redditi spendibili in cambio di nulla, allora avremo raggiunto la massima aspirazione di tutti, ma anche la fine di tutto.

La la potremmo ancora raggiungere, ma mettendo in piedi una economia fatta di “sangue, sudore e lacrime” come promesso da Winston Churchill agli inglesi.

Quel sangue, sudore e lacrime che dovrebbe impegnarci tutti a ridurre grandemente le nostre pretese materiali ed economiche, livellare in basso le remunerazioni eccessive e porre mano a tutte quelle attività di risanamento ambientale (queste sì che darebbero molta occupazione, ma anche tanta fatica fisica e intellettuale) che correggano i guasti incommensurabili fino ad oggi prodotti da una società basata soltanto sull’edonismo, sul consumo sfrenato e sull’esibizionismo. In parallelo andrebbero sviluppate tutte quelle tecnologie che consentano uno sfruttamento naturale delle del pianeta (ad esempio non conosciamo o abbiamo studiato assai poco i meccanismi con cui madre natura produce e converte energia, risana le ferite, cura le malattie di piante e animali, permette la crescita dei vegetali in ambienti ostili, ecc. ecc.), una maggiore durata dei beni prodotti (si ridurrebbe di molto l’impegno in energia di “semina”) ed una diminuzione oramai inderogabile dell’impegno energetico.

Ne abbiamo di strada da percorrere su questa via e di creare vera occupazione remunerata con rientri assai più utili per la collettività.