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M5S & TAV il momento di decidere (di T. Montanari)

Articolo di Tomaso Montanari sulla vicenda Tav e M5S. L'unica via di uscita, per salvare quel che resta del movimento, è far "saltare in banco". Il Tradimento del Primo Ministro Conte.

di Redazione.
e Movimento 5Stelle. Il momento è ora
articolo di Tomanso Montanari pubblicato su volerelaluna.it

Il momento è ora. Se il Movimento 5 Stelle vuole sperare di avere – nonostante il disastro continuo in cui si è risolta la sua esperienza di governo – un qualsiasi futuro, deve uscire dall’esecutivo sul tradimento di Giuseppe Conte sul TAV. Ora. Senza nemmeno provare a nascondersi dietro l’ipocrita dito di uno scontatissimo voto parlamentare.

Il presidente del Consiglio non è riuscito a produrre una sola ragione tecnica che ribalterebbe la famosa analisi costi-benefici. Ha invocato vaghe decisioni dell’Europa (prima ancora che la nuova Commissione decida), ha prospettato «costi» del recesso non precisati e non dimostrati: ha fatto sua la solita fumisteria da chiamparini & madamine, senza uno straccio di fatto nuovo.

È dunque evidente Conte ha fatto una scelta politica: arrivati allo stallo e alla vigilia della resa dei conti, il garante del patto di governo ha scelto uno dei due contraenti, buttando a mare l’altro. Non ha tutelato quello che l’ha portato a Palazzo Chigi: ha abbracciato il più forte. E per farlo ha voluto usare l’arma-fine-di-mondo: perché sa perfettamente che restare in un Governo che fa il TAV significa, per i 5 Stelle, il suicidio. Ma c’è un’altra faccia della medaglia: presentarsi non più come l’avvocato difensore dei cittadini, ma come l’avvocato d’affari del TAV significa schierarsi non solo con la Lega, ma accreditarsi definitivamente con il sistema. Con il Pd, con gli imprenditori e (ahimè) con i sindacati: con il presidente della Repubblica e con tutti gli alti garanti dello stato delle cose.

Confesso che non ho mai compreso i crescenti entusiasmi per Giuseppe Conte, oggi apprezzatissimo nei gangli del sistema. Il suo profilo assai dubbio (dal curriculum alle prestazioni professionali) mi è parso fin dall’inizio confermare quell’integrazione del Movimento nel sistema che fu lo sciagurato filo rosso della campagna elettorale 2018.

Come che sia, ora le carte sono sul tavolo. La ragione più forte per rimanere a quel maledetto tavolo è la quasi certezza che votare ora significherebbe consegnare il Paese a Salvini. Con questa legge elettorale, superando il 40% dei voti, ad elezioni che avrebbero un’astensione record, qualcosa come un quarto degli aventi diritti al voto potrebbe avere numeri sufficienti per eleggere il Presidente della Repubblica e cambiare la Costituzione. Uno scenario da incubo, certo. Ma il problema è che quello scenario è già attuale. Se l’unico modo di impedire a Salvini di vincere le elezioni è trasformare fin da ora il Governo Conte in un monocolore della Lega, allora conviene rompere ora. Perché andando avanti così l’esito sarà lo stesso, con l’aggravante di un Movimento 5 Stelle letteralmente disintegrato.

So bene che già ora il destino dei pentastellati appare segnato: i suoi voti di destra sono andati direttamente a Salvini, quelli di sinistra nell’astensione. Ma se il Movimento rialzasse la bandiera dei suoi valori fondanti, a partire dall’, uscisse dal governo sul TAV (ma anche sulla corruzione dilagante nella Lega; sulla sudditanza di Salvini alla Russia di Putin; su un’autonomia differenziata che ha l’unico scopo di fottere definitivamente il Mezzogiorno…) e cambiasse il leader (perché Di Maio ha perso ogni credibilità) potrebbe ancora giocarsi la partita. Potrebbe farlo soprattutto a causa della totale assenza di alternative: alle Europee nessuno ha riassorbito i milioni di voti non di destra che ha perso, né si vede all’orizzonte alcuna forza seriamente capace di attrarre i voti di tutti coloro che vogliono davvero cambiare il sistema, e che hanno compreso che Salvini intende invece tenerlo in piedi e metterne a frutto le ingiustizie e le paure.

Sono tra coloro che, da sinistra, aveva provato a credere che il Movimento avrebbe potuto giocare un ruolo nello scardinamento dello stato delle cose. Non ho mai accettato le cariche che mi hanno proposto, e non ho mai fatto dichiarazioni di voto a loro favore (se non per la Raggi a Roma: e, in quella situazione, la rifarei mille volte). Ma trovandomeli accanto in mille battaglie per l’acqua, l’ambiente, i beni comuni avevo sperato che potessero giovare. Una speranza ingenua: della quale tuttavia non mi pento, anche solo perché ­– in attesa delle condizioni, ancora assai lontane, della ricostruzione di una qualche sinistra ­politica – non c’era altro in cui sperare. Anche oggi – diciamolo chiaro – l’alternativa è l’astensione.

Ma la totale sudditanza (e l’esplicita complicità) alla politica di estrema destra di Salvini, un reddito di cittadinanza lontanissimo da quello che avevano proposto prima di essere al governo (e realizzato all’insegna del “sorvegliare e punire”), la ripresa della svendita del patrimonio pubblico, una riforma costituzionale che piccona ulteriormente il ruolo del Parlamento e, in generale, una velocissima trasformazione in casta di potere (con mandato, competenza e scrupoli, zero) hanno distrutto quella speranza.

Restava solo la casamatta del TAV, che non investe solo il destino della Val di Susa ma l’idea stessa di democrazia. Ora il tradimento di Conte può essere la pietra tombale del Movimento, o l’occasione per un tentativo di palingenesi. Che non sarà facile, ma è sempre meglio di una fine vergognosa.