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Mapuche. Un’altra lotta che dura da oltre vent’anni

Da oltre vent’anni in lotta per il recupero delle terre, contro la deforestazione, le dighe occidentali e la repressione poliziesca 

di Massimo Bonato

1463203_10202746212395953_983601112_nLontano paese il . Visto da una cartina sembra un ago che voglia incunearsi nell’Antartide. Montagnoso e innervato nella sua cordigliera andina da un territorio da oltre vent’anni in ebollizione permanente. Un territorio popolato da sempre, e da sempre in lotta.

Si chiamano , nome che la dice lunga sulle loro origini e sulle loro radici: Mapudungun significa Popolo della Terra. Un popolo che viveva prima del saccheggio perpetrato dai Conquistadores spagnoli, lì insediatisi secoli or sono.

Matías Catrileo

Matías Catrileo

Il 3 gennaio circa 3000 Mapuche si sono riuniti a Santiago del Chile per commemorare la morte di Matías Catrileo, studente morto sei anni fa colpito alla schiena da colpi di arma da fuoco esplosi da un Carabinero, mentre stava cercando di recuperare un fondo agricolo. Ancora una volta, il centro di Santiago si è trasformato in uno scontro aperto, volto a reprimere duramente la protesta mapuche, che all’occasione altro non era se non la commemorazione della morte di un comunero, come tanti ne son morti in questi anni.

I Mapuche lottano per recuperare le loro terre ancestrali, che lo Stato cileno ha venduto nel tempo a grandi latifondisti stranieri prima, a imprese forestali poi e ad agenzie come la (controllata ) perché riducessero i loro bacini a dighe, spostando interi villaggi e popolazioni. Una lotta che è costata in vent’anni un carissimo prezzo in termini di vite umane e diritti umani, grazie alla Ley Antiterrorismo varata a suo tempo da Pinochet, ma applicata rigorosamente sino a oggi.

1511241_10202721704665795_1867944597_nPrima dalla coalizione di partiti che sconfisse il dittatore governando per dieci anni, poi la Bachelet, prima e unica donna in Cile a essere rieletta ora al suo secondo mandato (entrerà in carica a La Moneda il prossimo 11 marzo). Senonché, invece di affievolirne le conseguenze, fu proprio Michelle Bachelet Jeria a irrigidire, con il governo socialista, l’applicazione della Ley Antiterorismo, volta a reprimere qualsivoglia protesta popolare fino all’arresto cautelare di minorenni. Rimpolpò la Polizia di Stato di fresco personale, le Forze speciali, adottò elicotteri forniti di apparecchiature atte a monitorare costantemente il territorio maggiormente interessato dalle proteste, l’Araucanía.

1457617_798523550163108_2045303643_nBisogna fare un passo indietro però

Indubbiamente il Cile resta “il primo della classe”, secondo i funzionari del Fondo monetario internazionale (FMI), il più neoliberale del pianeta. E l’economia cilena rimane una delle economie più trasnazionalizzate, secondo l’indice di transnazionalizzazione elaborata dalla UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development).

Parlare di Investimenti diretti esteri (IDE) riporta alla ristrutturazione capitalistica degli anni Settanta, a partire dal colpo di stato (1973). La dittatura militare (1973-90) lanciò allora un’economia di esportazione che preludeva all’ingresso massiccio delle , garantite da riforme legislative favorevoli agli investimenti esteri.

1484110_324189704390183_1049405741_nLe politiche economiche attuate negli ultimi 40 anni hanno trasformato radicalmente gli investimenti esteri, e ciò è direttamente correlato alle iniziative che favoriscono accordi di libero scambio con Stati Uniti, Unione Europea, Cina, Giappone, tra gli altri.

Gli investimenti stranieri in Cile sono disciplinati dallo Statuto per gli investimenti stranieri (DL 600) creato nel 1974 dalla Banca Centrale del Cile. Uno Statuto che ha forza di legge, e attraverso il quale gli investitori stranieri possono scegliere il regime fiscale applicabile alle imprese nazionali, senza che un contratto possa essere modificato unilateralmente dal Cile stesso. Un quadro giuridico che non pone alcun limite ai profitti che le multinazionali possono fare sul suolo cileno.

1497663_10202082792805042_1839126040_nCosì, a partire dagli anni Settanta, si è assistito a una vera corsa all’oro: fino al 2011 il neoliberismo ha portato capitali in Cile per il 24,6% dagli Stati Uniti, per il 19% dalla Spagna, il 18,1% dal Canada, l’8% dall’Inghilterra e il 5,5% dal Giappone.

Il Cile è fornitore di materie prime, principalmente rame. Oltre al settore minerario, che ha raggiunto il 34,1 % tra il 1974-2011, gli investimenti nel settore dei servizi sono diventati la componente più dinamica, raggiungendo il 22,4% dei flussi, e concentrandosi su telecomunicazioni e settore bancario a capitale prevalentemente spagnolo.

1526181_798520240163439_409331109_nMa gli investimenti esteri si sono rafforzati soprattutto negli anni Novanta, quando si è dato luogo alla progressiva privatizzazione di tutte le imprese statali, compreso il servizio sanitario nazionale, fornendo la gestione delle acque al capitale straniero per il drenaggio e la produzione di energia elettrica, e divenendo così un paese strategico per multinazionali come Endesa Chile, AES Gener , E-CL (GDF Suez), Colbun (gruppo Matte).

Le politiche attuate hanno permesso alle imprese di continuare ad aumentare i propri profitti in un contesto di crisi economica globale. Profitti esorbitanti creati a scapito dei lavoratori attraverso flessibilità del lavoro, subappalto, precarietà in termini di diritti, di un costo elevato per l’ambiente e la perdita di sovranità costante e permanente.

In questo quadro si inserisce la lotta Mapuche per la terra. Una terra saccheggiata a man bassa, divenuta il modello del libero mercato, ovvero della libertà di creare profitti a discapito del popolo, dei diritti umani e dell’ambiente.

Massimo Bonato 06.01.14