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Matteo Salvini: il politico che non ha mai lavorato

Il Gip di Bergamo archivia la querela di Matteo Salvini nei confronti del Fatto Quotidiano che lo aveva definito assenteista.

di Davide Amerio.

La notizia è riportata sul : il Gip (Giudice per le indagini preliminare) ha archiviato la querela presentata da nei confronti del giornale, reo di aver scritto, in un articolo, che Salvini è un politico di professione e non ha mai lavorato in vita sua, accusandolo, inoltre, di aver mandato a fondo La Padania, il giornale della Lega Nord.

Il Gip di Bergamo ha ritenuto le accuse infondate sulla base di precise considerazioni:

  1. L’accusa di essere un “politico di professione” è un’affermazione plausibile non avendo il Salvini mai lavorato in ambiente civile e quell’altra, di al , si fonda sulle affermazioni di altri deputati dello stesso Parlmento
  2. L’accusa di aver mandato a “catafascio” il giornale del partito è una circostanza nota agli occhi di tutti.

C’è di che rallegrarsi per questa archiviazione. Ci insegna che la “libertà” di critica nei confronti dei politici è ancora attuale, per chi la voglia esercitare.

Meno gaudenti possiamo essere per l’ennesima conferma dell’abisso che si è creato tra una parte consistente (decisamente maggioritaria) della classe politica e il “popolo”, e la democrazia.

Riconoscere che la “professione” del politico non è un “lavoro” può donarci la sottile soddisfazione di piccola “vendetta”. È invece preoccupante il fatto che non riusciamo più a riconoscere un “lavoro” nel ruolo del politico; grazie a una “casta” che ha fatto del privilegio e della complicità (affaristica e criminale) i pilastri del proprio agire.

In realtà il “lavoro” del politico, esercitato con la finalità della partecipazione al governo per il bene pubblico, è piuttosto impegnativo e gravoso. Se è vero che la competenza negli studi ha il suo peso, non di meno quella acquisita con il lavoro “civile” offre un’utile esperienza del mondo reale. Talvolta questa può ben compensare la carenza della prima a livello di titolo.

Per essere onesti, questa critica non è da rivolgere solamente alla clase politica, ma sovente anche a quella “intellettuale”. Conosco personalmente persone che difendono la supremazia del “privato” sul “pubblico” e non hanno mai lavorato in quel “privato” che tanto osannano.

La Rai è lotizzata? Privatizziamola! Le banche sono mal gestite? Privatizziamole! Il debito pubblico è eccessivo? Privatizziamo i beni pubblici! E così via. Il pensiero utilitaristico (il privato in quanto desideroso di guadagno non può che operare bene), anche nella parte in cui ammette inconvenienti attuali ma rimanda ai benefici futuri (sul lungo periodo), è consacrato a dogma infallibile.

La storia economica, politica, e sociale, tende invece a dimostrare la validità dell’assunto Keynesiano: “sul lungo periodo siamo tutti morti”. Riportare il “politico” nell’aveolo della pubblica utilità e l’economia (privata e pubblica) nell’ambito del rispetto umano e sociale (ivi compresa la necessità di amministrare il debito pubblico per il bene comune e non quello privato) è la sfida del futuro.

Se possiamo – meno male, – dire a un politico che “non ha mai lavorato”, possiamo, e dobbiamo, sottolineare, a ragion veduta, che il suo “lavoro” (da lui considerato tale) lo ha svolto non nel pubblico interesse.

(D.A. 01.02.16)