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Maxi processo ai No Tav: identificazioni empiriche

Esperienze pregresse, abbigliamento, riconoscimenti occasionali. Le identificazioni proseguono sul piano empirico.

I testi presentati dalla Procura si susseguono. Sono agenti Digos o in forza a un reparto mobile, ispettori o semplici agenti chiamati a identificare gli imputati per i fatti del 27 giugno e 3 luglio 2011.

All’udienza di oggi vengono chiamati Massaro della Digos di Firenze, S. Benelle ispettore capo del II reparto mobile di Padova, Giustini della Digos di Cremona, M. Pettierre e G. Stella della Digos di Torino.

Si comincia con A. Ginetti, che viene identificato da Massaro. La Digos di Torino presentò ai colleghi di Firenze centinaia di fotografie (“più di trecento”), benché l’annotazione della difesa riporti la dichiarazione “in particolare la Digos di Torino mostra dei filmati”. Ma si appura appunto che è attraverso le fotografie che avvenne l’identificazione. Vengono visionate alcune foto. La Difesa fa opposizione in particolare a una di esse in cui si vede una persona con il braccio alzato, senza riuscire a capire se effettivamente stia lanciando qualcosa. Passamontagna, mascherina, pantaloni chiari, felpa scura, zaino si ripetono nelle fotografie portate a prova. Ginetti è, secondo Massaro, conosciuto; ne descrive l’altezza, la morfologia del viso, dichiarando che baffi e naso sono le caratteristiche che gli permettono di identificarlo: è stato riconosciuto in ambienti diversi nel tempo, ma una sola altra volta è stato identificato, nel 2010. La questura di Firenze non è stata più interessata ai fatti trattati dal processo e non ha svolto altra attività che il riconoscimento richiesto dalla Digos di Torino, convinta allora che molti personaggi colti dal materiale fotografico non fossero di Torino o della Val di Susa.

L’ispettore capo Benelle riconosce invece Guido Fissore. Si trovava il 27 giugno al cancello alla centrale elettrica di via dell’Avanà, quando gli venne dato l’ordine di rimuovere con catene e cordami la barricata. La reazione dei manifestanti non permise a Benelle di fissare la catena perché il mezzo della Italcoge alle sue spalle potesse svellere il cancello trascinandolo. All’opposizione al di là della barricata si accompagna “un fitto lancio di oggetti… sassi, bottiglie e anche altro”. “In particolare una persona con la stampella colpiva me e i colleghi di fianco a me” racconta Benelle, che al momento dei fatti non conosce Guido Fissore e ne descrive ora la posizione nelle fotografie che vengono presentate. Lo descrive fisicamente, attraverso l’abbigliamento, e quando gli viene chiesto se lo vede presente in aula non lo scorge. Benelle descrive la posizione di Fissore abbarbicato al cancello, in bilico su materiali di risulta, a circa 1 m, 1 metro e mezzo da terra. Al cancello l’ispettore è in prima fila, in maglietta, cerca di agganciare la catena al cancello difeso dagli scudi dei colleghi e viene colpito sul casco e a una mano ma continua il servizio. Viene poi ferito a un dito del piede, al quale saranno necessari due punti di sutura. “Lei esclude che sia stato un suo collega a pestarle un piede?” chiede l’avvocato Ghia. “Assolutamente sì… indossavo scarponi da montagna rigidi, rinforzati”. Ma Fissore tiene la stampella a mo’ di mortaio, non di clava e Benelle sta operando sul piano strada e scostato dalla posizione di Fissore. “Lei ha visto una stampella scendere di fronte a lei?”, “L’ho sentita colpirmi in testa e alle mani, non so se si stata la stampella o una pietra a colpirmi il piede”. “Ma lei in quel momento guardava a terra, – incalza Ghia – quindi non ha visto che cosa l’ha colpita”. “Non ho visto”. Benelle riconosce Guido Fissore in un servizio successivo, quando lo rivede ancora con la stampella e ne ricorda i tratti somatici.

Una volta che l’ispettore ha lasciato l’aula, l’avvocato Ghia chiede che Guido Fissore si alzi: è seduto in sesta fila, prima seduta che dà sul corridoio, praticamente di fronte a dove siedono i testi. Ne nasce una breve contesa per dimostrare come Fissore fosse scarsamente visibile a quella distanza.

O. Giustini, assistente capo della questura di Cremona viene chiamato a identificare D. Ziglioli. Lo conosce perché frequenta a Cremona un centro sociale di area anarchica. Anche a Giustini vengono mostrate fotografie nelle quali descrive abbigliamento e tratti somatici, statura, che riconosce mettendoli a confronto con un episodio in cui, con i colleghi, avevano proceduto all’identificazione di un autobus in cui si trovava anche la persona in questione.

L. Centanni viene identificato dal commissario M. Pettierre, della Digos di Torino, che ha visionato le fotografie della «Stampa» e di «La Presse». Lo conosce per altre attività legate al centro sociale Askatasuna. Scorrono diverse fotografie e Centanni viene identificato per un cappellino verde e i guanti da lavoro. In almeno una è giusto quel che si intravede – “… tra le due braccia del soggetto che sta lanciando la pietra si vede quella specie di paratia che è retta da quel soggetto con i guanti da lavoro e si vede spuntare il cappellino verde oliva che aveva Centanni” sostiene Pettierre al riguardo. “Quindi lei lo riconosce dal guanto e dal pezzetto di cappello?” chiede l’avvocato La Macchia, “Sì. Presumo che sia lui”, “Presume…”. Ma ciò per cui la difesa fa opposizione è l’attitudine del commissario a identificare altre persone nelle fotografie prendendole a riferimento per delineare la posizione di Centanni: se è di lui che è chiamato a testimoniare, non può identificare altri che non risultino nel capitolato per il quale deve rispondere. La questione dei guanti e del cappellino è però rilevante: La Macchia insiste sulla possibilità di distinguere quegli specifici guanti da lavoro da altri, il commissario cita altre immagini sostenendo che le immagini vanno contestualizzate. “Lei sa se erano in sequenza?” chiede allora La Macchia, “Penso proprio di sì”. “Però lei non lo sa… quindi non poteva contestualizzare”.

Infine Stella, agente scelto della Polizia di Stato, ha partecipato al gruppo di lavoro del commissario Sorrentino e ha visionato l’intero repertorio fotografico. È chiamato per l’identificazione di P.M. Ferrari, alla quale perviene ricordando di averlo fermato in auto con altri durante un posto di blocco stradale in occasione della manifestazione del taglio delle reti del cantiere Tav il 23 ottobre 2011 . L’immagine che ha di lui è quella che rinviene nelle fotografie osservate e riviste poi, diverse volte. Ne dà una descrizione particolareggiata, e un avvocato della difesa chiede se le identificazioni avvengono soltanto al livello empirico o anche scientifico, se cioè attraverso  l’esperienza personale o anche mediante il calcolo dell’arcata sopracigliare per esempio, o la distanza tra gli occhi; il ricordo, l’incontro, l’esperienza personale sono le basi dell’identificazione. Identificazione che prosegue di persone come Radwan Ali-Sharif, L. Custureri, G. Paolucci, un minore e altri che vengono riconosciuti dal loro abbigliamento, o parte di esso, un particolare, elementi spesso rinvenuti poi durante perquisizioni. Ma in realtà si parla soltanto di abbigliamento. L’avvocato Vitale fa ripercorrere al teste la sua carriera, dalla Stradale alla Questura: “Lei è stato chiamato a effettuare dei riconoscimenti – chiede quindi Vitale. – Ma lei ha competenze specifiche in materia?”. “No”. Vitale incalza chiedendo la descrizione di Radwan, che Stella ricorda per i capelli rasta, la barbetta, la corporatura e l’altezza (“Quando gli ho chiesto i documenti eravamo più o meno alti uguali”) ma non ricorda con precisione  il colore degli occhi (“Se non mi sbaglio sono castani” – “Cosa vuol dire ‘Se non mi sbaglio?’”) né se avesse un piercing.

Altri testi dovrebbero comparire ma per impedimento non sono presenti. Si solleva una bagarre tra e Difesa. Avvocati di Verona e Roma protestano: hanno dovuto lasciare altri tribunali per raggiungere Torino e scoprire che alcuni dei testi di loro pertinenza per la difesa sono in vacanza, altri sono in congedo per malattia, ma senza che la loro assenza venisse tempestivamente comunicata. Ancora viene rimessa in discussione la serrata frequenza delle udienze e il luogo stesso in cui un processo di queste proporzioni debba essere celebrato. La Difesa ha il calendario per lunedì 2, ma già per venerdì 6 dicembre non è stato fissato. Bisognerà aspettare che i testi tornino dalle vacanze per fissarne l’udienza.