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Maxiprocesso No Tav: l’ambulanza non passa

Sentito parte l’equipaggio del 118 che intervenne il 3 luglio 2011. Un consulente tecnico, carte alla mano, traccia le corrette distanze tra manifestanti e Ff.Oo alla centrale Aem di Chiomonte e all’area museale della Maddalena.

di Massimo Bonato

Pochi testi stamane all’udienza. Tre testimoni, un consulente e un osservatore, Mauro Aretini, avvocato della Camera Penale del Piemonte che assiste dai banchi come “osservatore neutrale” il dibattimento. Un processo caratterizzato da ormai troppo tempo da tensioni, forti contrasti tra accusa e difesa, Pubblici ministeri e avvocati, tra cui si interpone ora la Camera Penale come organismo superiore di controllo.

Ma intanto vengono sentiti C.P. medico e F.L. infermiere professionale del 118 che in servizio il 3 luglio 2011 sono stati chiamati a intervenire quattro volte per portare soccorso sui luoghi degli scontri. Ma uno dei servizi non ha esito. Raggiungono regione Gravella da Chiomonte, penetrano con l’ambulanza attraverso il forte flusso di manifestanti che risalgono la strada, ma arrivati in prossimità del ponte viene impedito loro di proseguire. Trattano con i funzionari delle Forze dell’ordine che si trovano sul ponte, ma a entrambi viene risposto che l’ambulanza non può passare, nonostante il luogo d’intervento richiesto dalla centrale operativa sia proprio la centrale elettrica Aem, dove dovrebbe trovarsi una ragazza, una donna con problemi respiratori. Del resto, C.P. osserva che il suo operato è subordinato agli ordini delle Ff.Oo., perché da queste dipende il calcolo di rischio cui verrebbe sottoposto lo stesso equipaggio dell’ambulanza. I Pm insistono sulla precisione degli orari, sulla corretta localizzazione del mezzo, del personale perché, se C.P. dichiara che gli ostacoli posti sulla strada erano stati rimossi dai manifestanti per lasciare passare il mezzo, le fotografie mostrate dai Pm dimostrerebbero il contrario. Si inanellano orari e posizioni, riconoscimenti, ricordi e fotografie, fino a che l’avvocato D’Amico chiede che si faccia il punto della situazione, sciogliendo la “confusione” venutasi a creare “non a caso”. Il medico ripete per l’ennesima volta quanto ha già affermato. Nonostante il blocco, il personale sanitario resta sul luogo, a prestare soccorso a qualche persona che si rivolge all’ambulanza per i primi medicamenti: un giornalista di Al Jazeera colpito a un braccio da un lacrimogeno, e altre persone con forti problemi respiratori. Volano lacrimogeni e oggetti che C.P. nota soltanto quel che basta per sottrarsi al pericolo di essere egli stesso colpito.

Sono i lacrimogeni che vengono sparati tanto davanti ai betafence a chiusura di strada dell’Avanà, di fronte alla centrale Aem, tanto finiscono sui prati dove si trova P.R. con i figli e la madre, e tante altre famiglie; finiscono anche su un’ambulanza. Lacrimogeni sparati senza che la teste sappia spiegarsene il motivo: da dove si trova infatti ha nalle visuale proprio i betafence e i manifestanti al di qua di essi, ma non scorge atteggiamenti aggressivi o lanci di oggetti contundenti che giustificherebbero una reazione.

Il calcolo tra manifestanti e Ff.Oo. lo fa M.A., geometra di professione e consulente tecnico che ha esaminato carte Stella, più precise di quelle fornite da Google, mappe catastali e materiale fotografico: da dove si trovano le Fo.Oo. a dove si trovano i manifestanti alla centrale elettrica si contanto 54 metri, 58 se si aggiunge il ponte. Distanza analoga che intercorre tra manifestanti e Ff.Oo. anche nell’area archeologica. “Da dove si trovavano i manifestanti il camion idrante, sotto il viadotto, era raggiungibile? Una parabola, il lancio di una pietra poteva raggiungere il camion in quel luogo?” chiede l’avvocato Bertone, “Secondo me è improbabile, per l’angolazione e per la distanza” risponde il consulente.

M.B. 01.07.14