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Maxiprocesso No Tav: “Nessuna domanda”

Sfilano testi che per il Pm sono “già abbastanza ammaestrati” e privi di interesse.

di Massimo Bonato

Sentiti stamane al 11 testi tra cui il docente di diritto Ugo Mattei e il giornalista Giulietto Chiesa. Ugo Mattei, alle sue prime esperienze con il movimento alle date in esame – il 27 giugno e il 3 luglio 2011 –  sviluppa “una forte simpatia per il movimento: si capiva che c’era la volontà di fare del bene al Paese”. La prima occasione è una conferenza alla Libera Repubblica della Maddalena sul referendum per l’acqua pubblica, da cui emerge a chiare lettere come il popolo italiano sia contrario alla privatizzazione dell’acqua, al nucleare e alle grandi opere, tracciando una continuità tra queste tematiche. Un eloquio particolareggiato che il Pm trova irrilevante per il processo, mentre per la difesa è atto a caratterizzare il clima che alla Maddalena si respirava nei giorni dello sgombero e l’eterogeneità delle persone che la frequentavano.

Ormai tutti i testi confermano quanto allora si dava per scontato: che il piazzale della Maddalena si potesse reputare “zona franca” in cui esercitare pacificamente il proprio diritto di protesta, il mancato avviso di sgombero, sostituito da un fitto quanto improvviso lancio di lacrimogeni che investì il piazzale proseguendo poi lungo il sentiero nei boschi, quando ormai i manifestanti erano in fuga.

“Una scena drammatica” l’ha definita Giulietto Chiesa, per anni corrispondente di guerra, il quale invitato a specificare dichiara “sono stato in Cecenia, in Nagorno Karabakh e ne ho viste di peggiori. Ma anche se qua non si sparava, vedere anziani lacrimare, vomitare, star male durante una fuga per me è una scena drammatica”.

La fan da padrone i lacrimogeni, di cui ciascuno porta la propria testimonianza sia per il 27 giugno sia per il 3 luglio. Incalzano per tutti le stesse domande, perché la ricostruzione rispecchi i punti di vista di ciascuno e così, la ricostruzione avviene, in effetti senza contraddizioni.

Ma è la ripetitività delle domande a provocare il Pm, al quale la difesa replica che anche le domande della stessa accusa son sempre le stesse, quando le fa.

Il Pm obbietta però spesso sulla suggestione che talune domande della difesa ritiene contenere, sino ad arrivare a dire dei testi che “Già sono abbastanza ammaestrati”. Per la difesa si tratta di un’offesa bell’e buona che deve essere messa a verbale, per la quale viene chiesto al collegio di intervenire, e per la quale si richiedono le scuse del Pm, Gli avvocati si alzano, protestano a gran voce, richiamano il collegio ad agire. Il collegio però, a tre metri di distanza, non ha sentito nulla. Si limita a richiamare vagamente entrambe le parti a non produrre commenti.

Del resto al Pm i testi prodotti dalla difesa sembrano interessare sempre meno. La disputa avviene perlopiù tra le parti dell’avvocatura, su obiezioni alle domande, su commenti offensivi appunto. E di questo passo si giungerà ben presto alla conclusione di un processo in cui i testi sono sentiti soltanto dalla difesa. Si corre verso la sentenza. Dai Pm a ciascun teste si è sentito ripetere per l’intera mattinata: “Nessuna domanda”.

M.B. 13.05.14