Notizie Flash

Maxiprocesso No Tav. Sparavano sui fotografi

Lanci di lacrimogeni ad altezza d’uomo su fotografi e cameramen, in gruppo, distinguibili, distanti dagli scontri, senza minaccia di atteggiamenti provocatori o violenti.

di Massimo Bonato

“Ma che cazzo fanno questi?” A chiederselo un videoreporter che il 3 luglio 2011 si trova arroccato su alcuni terrazzamenti antistanti l’epicentro degli scontri, alla Maddalena di Chiomonte.  Vi si sono radunati fotografi e reporter professionisti che da lì godono di un’ampia visuale per le riprese. Ci sono soltanto loro. E sono riconoscibili, perché hanno obiettivi da 7000 euro, apparecchiature sofisticate che permettono di fotografare e riprendere a 2/300 metri almeno. Eppure C.A., fotografo professionista, che testimonia la sua partecipazione alla manifestazione del 3 luglio, ha appena il tempo di togliere l’occhio dall’obiettivo, spostarsi avvertendo il cameramen di YouReporter che a essere sotto mira son proprio loro, e quest’ultimo viene colpito in pieno alla gamba da un lacrimogeno. A sparare uomini in divisa, presumibilmente della Guardia di Finanza, secondo il teste. Ma sono in divisa anche quelli che vede lanciare oggetti dal viadotto dell’autostrada: “Arrivavano anche pietre. Ho visto uomini in divisa che lanciavano pietre” dice. “Volevano spostarci, volevano che andassimo via da dove ci trovavamo. C’erano agenti in divisa che dall’autostrada filmavano, altri prendevano la mira”. Molti lacrimogeni, molti a parabola, ma molti rettilinei, ad altezza d’uomo, sparati per colpire, e non manifestanti, non lì, non in quel momento, sui terrazzamenti in cui si erano assiepati fotografi e videoreporter, facilmente distinguibili, per l’attrezzatura e l’atteggiamento in cerca di inquadrature soddisfacenti, distanti dagli scontri, senza manifestanti attorno, senza che alcuno fosse travisato o tenesse un comportamento minaccioso o aggressivo.

A passare in aula bunker pochi testi. Venuti da Parma e da Trento. Gli stessi che tornati tra i lacrimogeni a Ramat nel primo pomeriggio di quel 3 luglio stanno discutendo, quando un manipolo di uomini in divisa viene schierato loro contro, in assetto antisommossa. Prendono a battere il manganello contro lo scudo e ad avanzare. L’aria era distesa, racconta E.B., “un signore anziano era sceso di casa per portarci dei panini imbottiti. Chiacchieravamo attorno alla fontana”. Ma compaiono le divise in antisommossa ed è il panico, il fuggi fuggi tra le viuzze del paese. Soltanto una ragazza resta dove si trova accettando il confronto con due agenti che le mostrano il manganello, fino a che un superiore li allontana, reputando che l’atmosfera non sia esattamente la stessa che si respira qualche centinaio di metri più a valle, tra i lacrimogeni lungo le recinzioni del cantiere.

Chi è giunto, come E.B. e B.B. da Parma o da Trento, risale alla fine sull’autobus che, via Milano, riporterà tutti a destino. L’autobus viene però scortato per un lungo tratto da motociclette e auto della Polizia, fino a un’area di sosta dove viene fermato – “Ho contato tredici camionette della Polizia” dichiara E.B. Vengono fatti scendere tutti e tutti perquisiti minuziosamente, fotografati e filmati, senza mandato, senza che venga rilasciato un verbale.

La difesa di M.S. lamenta che le prove raccolte sono soltanto a carico, mentre dovrebbe valere la regola per la quale le prove raccolte debbano essere sia a carico sia a discarico dell’imputato.

M.B. 03.06.14