Muos quando la giustizia indossa bandiere diverse

Per 7 manifestanti No Muos inizia il processo per resistenza a pubblico ufficiale. Si erano frapposti tra la polizia e i militanti incatenati ai cancelli.

di Daniela Giuffrida.

Prima udienza oggi, presso il tribunale di Gela, per sette attivisti accusati di “resistenza a pubblico ufficiale”

E’ trascorso un anno e mezzo da quel freddissimo pomeriggio del 24 gennaio del 2014 quando due attivisti No Muos, Andrea e Giuliana, si incatenarono al cancello n.1 della stazione americana NRTF di , in segno di per l’innalzamento della seconda delle tre parabole del MUOS.

Solo qualche giorno prima era stata posizionata in tutta fretta la prima e, mentre si completavano i lavori su quella, anche la seconda veniva posizionata sulla sua struttura basculante. Gli americani erano fortemente in ritardo: le azioni di “contrasto” operate dagli attivisti del presidio permanente di C.da Ulmo, all’ingresso degli operai alla base, avevano fatto accumulare forti ritardi sulle loro tabelle di marcia, adesso gli statunitensi non avevano più tempo da perdere ed in meno di una settimana, avevano già installato  due delle tre parabole.

Rabbia, delusione e ancora grandissima rabbia, sebbene controllata e protesta “pacifica” (lo si evince anche  dalle immagini riprese dai presenti quel pomeriggio) quella che aveva portato quel gruppo di attivisti davanti al cancello principale della struttura statunitense. Andrea a Giuliana si erano legati al cancello e davanti al tentativo delle forze dell’ordine di farli sgomberare, un gruppo di altri attivisti si era messo in mezzo per proteggere i due giovani: 7 di loro, oggi, sono in tribunale accusati di “resistenza a pubblico ufficiale” e poco importa se la loro è stata una resistenza pacifica, se di fatto nessuna manifestazione violenta è venuta dagli attivisti, questo il reato contestato e di questo dovranno rispondere

All’esterno del tribunale, un presidio di solidarietà si è formato fin dalle prime ore del mattino.

Questo succede in un paese come l’Italia, in cui “cittadini italiani” che cercano di tutelare la salute e la sovranità territoriale di un angolo della stessa Italia, contro gli abusi e lo strapotere di uno stato straniero, sono costretti a difendersi dalle stesse istituzioni italiane.

Ben altra cosa accade negli Stati Uniti, dove pur di tutelare i propri cittadini ci si inventa di tutto. Sono in atto, infatti, contatti tra i Ministeri della Giustizia statunitense ed italiano per decidere sull’estradizione del  cittadino americano Mark Gelsinger.

Questo il nome del civile statunitense (“La Sicilia”) che risulterebbe fra gli otto (l’ex dirigente dell’assessorato regionale Territorio e ambiente Giovanni Arnone, il presidente della “Gemmo Spa” Mauro Gemmo; Adriana Parisi, responsabile della “Lageco”, il direttore dei lavori Giuseppe Leonardi, la titolare della “Calcestruzzi Piazza Srl” Concetta Valenti, Carmelo Puglisi, della “Pb Costruzioni” e Maria Rita Condorelli, della “Cr Impianti srl”) indagati dalla di Caltagirone, nell’ambito dell’inchiesta sui reati ambientali relativi alla costruzione del MUOS.

Il cittadino americano sarebbe responsabile dell’appalto per la costruzione del Muos di Niscemi per conto degli Stati Uniti, ovvero di aver aggiudicato la gara e seguito l’iter per contro del committente statunitense”. e sarebbe accusato di concorso per “violazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio per aver eseguito opere in assenza di autorizzazione o in difformità da essa o per aver omesso la vigilanza sull’attività urbanistico edilizia”.

Inutile dire che gli Stati Uniti hanno sollevato il diritto di giurisdizione chiedendo che il loro connazionale indagato sia processato nel loro Paese. Ma questa è storia vecchia.
Ricordiamo la strage del Cermis: del 1998, quando un caccia americano tranciò i cavi di una funivia uccidendo 20 persone.

Nonostante l’allora primo ministro Massimo D’Alema avesse chiesto formalmente agli Stati Uniti di rinunciare alla giurisdizione sui quattro membri dell’equipaggio, il processo si celebrò negli . Solo due dei quattro membri dell’equipaggio (il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer) furono realmente incriminati e sebbene ritenuti colpevoli, nel marzo del 1999 il primo venne assolto e la giuria fece cadere le accuse a carico del secondo ufficiale.

Eppure i fatti erano evidenti e le accuse comprovate, perché non solo fu accertato che il caccia americano, l’EA – 6B Prowler in volo di addestramento, stesse volando “basso” violando i regolamenti per i voli di addestramento, ma erano state inquinate le prove. A bordo del Top Gun americano vi era una telecamera con cui era stato girato un video della missione, video “cancellato”una volta a terra.

“I due vengono giudicati colpevoli per avere “ostruito la giustizia” – riporta il Fatto Quotidiano del 13 luglio 2011- per avere avuto “una condotta impropria per un ufficiale e gentiluomo” e vengono dimessi dalle forze armate. Il pilota viene condannato a sei mesi di carcere (ne sconterà quattro e mezzo per buona condotta), il suo vice non fa neanche un giorno di galera.

Stesso discorso per i risarcimenti per i familiari delle vittime. “I primi soldi li elargisce il governo italiano nel febbraio 1999, 65mila euro per ogni vittima. “Una legge che prevede lo stanziamento di 40 milioni di dollari viene bocciato dal Congresso americano e nel dicembre dello stesso anno il Parlamento italiano eroga 1,9 milioni di dollari. Cifra che, secondo gli accordi dell’Alleanza atlantica, vengono rimborsati al 75 per cento dagli States”.

Ecco, questo è quanto

(D.G. 13.07.15)