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Nino Galloni: la risposta inaccetabile di Bruxelles

La risposta dell'Europa all'Italia, con la minaccia di sanzioni, rappresenta uno scontro frontale che alimenta il distacco degli euroburocrati dalla realtà.

di per .it.

Era attesa da tutti e tutti immaginavano che sarebbe stata dura; eppure, le considerazioni del governo e di Tria erano accomodanti, moderate…niente da fare. La risposta è arrivata inequivocabile: o resa incondizionata o inizio di procedura di infrazione. In quest’ultimo caso, il rientro dal dovrà essere effettivo e richiederà un salasso di circa 60 miliardi l’anno attraverso terribili leggi finanziarie.

Ma ciò va interpretato nel modo giusto: finiti i traccheggiamenti e le indecisioni, o si china la testa o si va in guerra. Cosa ha, da mettere in campo, il governo? Primo: lo sbloccacantieri che vale parecchie decine di miliardi, ma che certamente non potrà dare frutti concreti prima di un annetto, mentre l’inizio della procedura infrattiva è previsto per il 9 luglio pv. Secondo, l’immissione di minibot (o altra moneta parallela) per pagare subito debiti della pa già contabilizzati; ma fornirebbero liquidità immediata di cui il sistema necessita, soprattutto al Sud (i minibot dovrebbero funzionare, ma il condizionale è d’obbligo perché, essendo moneta fiduciaria, potrebbero rivelarsi meno efficaci di altre forme). Terzo. La riduzione delle tasse: purchè avvenga a parità di spesa; se no è una misura liberista che immiserisce il ceto medio – come è avvenuto a suo tempo negli USA – perché la gente poi deve pagare i servizi di tasca propria.

Avendo un orizzonte temporale da qui alla seconda metà del 2020, è probabile che sbloccacantieri, liquidità aggiuntiva senza debito ulteriore e taglio delle tasse (ma non della spesa) produrrebbero una crescita del PIL adeguata e, con essa, una riduzione del Debito, almeno rispetto al PIL; ma, nella risposta della Commissione, questa tempistica non è prevista.

Inoltre, la nuova Commissione che si insedierà in autunno, difficilmente rappresenterà un cambio radicale rispetto alla attuale e i criteri logici saranno gli stessi: se i conti pubblici lasciano a desiderare o si tagliano le spese o si aumentano i balzelli. Criterio sbagliato che, sappiamo, produrrebbe solo un ulteriore peggioramento dei conti stessi.

Di qui la scelta: o inginocchiarsi e chiedere perdono (la resa incondizionata per evitare “guai peggiori”) o politiche che sono già una dichiarazione di guerra come la riduzione delle tasse a parità di spesa. La scelta spetta a chi governa. Ma, se fosse questa seconda, occorrerebbe prepararsi predisponendo tutte le difese necessarie (in primis un’agenzia di rating autonoma e seria) e chiamando alla mobilitazione tutte le forze produttive del Paese.

Questo bivio abbiamo di fronte; le vie di mezzo sono state escluse dalla Commissione e dai Paesi che scelgono – contro l’Italia – la soluzione più pura e più dura.

La Commissione e i Paesi europei con essa allineati hanno scelto la linea dura, contando sulla codardia degli Italiani. Nella Storia noi siamo stati, spesso, troppo prudenti e abbiamo contato soprattutto sulla nostra “buona stella”; ma, checchè se ne dica, non è stato sempre così.

Si tratta di scegliere; ma, oggi, lo si ripete, non è tra soluzioni moderate e prevedibile resa: siamo costretti tra resa totale e apertura di un processo che porterà l’ a cambiare veramente o a collassare.

Alla fine quello che temevano tutti sta per accadere, di nuovo: le rigidità hanno spalancato le porte al conflitto. Chi temeva l’Europa del Novecento è stato accontentato.

Ma, attenzione, questa volta i livelli di consapevolezza sono molto più alti e la carne da cannone non è più tanto disponibile.