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Non è terrorismo, è Resistenza

Le vecchie categorie non bastano a comprendere, ma neppure a criminalizzare la società civile che si organizza accomunata da obiettivi comuni.

bambini

di Massimo Bonato

Chi vorrebbe ridimensionare la manifestazione del 10 maggio a Torino, titolando i propri articoli a partire dalla sua sfilata pacifica (NoTav, corteo pacifico…) come se fosse usuale il contrario; chi vorrebbe svilire in un gioco dei numeri la pur alta affluenza, parlandone in termini di “isolamento”, vantando una città blindata; chi insomma continua a parlare la lingua frusta del bizantinismo politico non ha capito che i termini delle lotte sono cambiati.

Il successo della manifestazione del 10 maggio è successo politico. Lo è perché ha portato ancora una volta fuori dalla Val di Susa una lotta che investe la Valle, l’Italia e l’Europa nei termini economici dell’impresa, nei termini politici di un confronto mai ottenuto e quindi della reale messa in discussione della portata di una democrazia, che la gente comune è in possibilità di esercitare soltanto alle urne, per poi dover sottostare alle decisioni prese altrove, per delega.

bimbo pugnoIl successo è quindi politico perché la lotta No Tav rimette al centro la necessità di non delegare. Lo è per la quantità di persone che ha fatto proprio questo messaggio stringendosi in comitati e movimenti, come quelli che hanno sfilato per Torino, dai No F35 di Novara, ai No Grandi Navi veneziani, ai No Muos siciliani, al movimento contro la privatizzazione dell’acqua ai movimenti impegnati contro gli inceneritori locali. E contiamo con essi i 27 movimenti di 10 Paesi europei radunati a Rosia Montana in Romania che hanno fatto pervenire il loro messaggio di solidarietà.

Mentre un sindacato di Polizia plaude a chi ha ucciso, e sta dalla parte dello Stato; in piazza a migliaia plaudono quattro ragazzi accusati di per aver bruciato un compressore, con tutto lo Stato contro.

Il discrimine diventa allora questo.

gianni milIl successo della manifestazione del 10 è dovuto alla commistione eterogenea non più qualificabile come spaccato di una società, di importanza e peso marginale, additata e criminalizzata a priori come centri sociali, autonomi, anarchici, insurrezionalisti o no; ma gente comune, la stessa che si sarebbe potuta mescolare all’incoscienza dello shopping di piazza Castello.

Invece era lì. Sotto il palco, dopo aver sfilato per dire no all’accusa di terrorismo per Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò. Leggere però in questo un sommario quanto materno senso di protezione, che vorrebbe fare della gravità dell’accusa soltanto una questione di proporzioni tra i fatti accaduti e l’accusa per essi di terrorismo è fuorviante. E lo è assumendo il punto di vista opposto: non si tratta cioè di negare soltanto l’enormità dell’accusa di terrorismo, ma di avvalorare la liceità dei metodi di lotta che rigettano il terrorismo. Il successo allora risiede in questo: opporre a una legalità che fa della legge giustizia, calpestandola, una giustizia di cui proprio la gente comune vuole riappropriarsi, con la consapevolezza ormai che la legalità è in mano a chi detiene potere e interessi e la gestisce a proprio uso e consumo.

nonnoSe la gente che ha sfilato il 10 maggio non ritenesse lecito il sabotaggio, la manifestazione non avrebbe potuto aver luogo. Se non ritenesse che moderazione del dialogo e azione diretta possano adagiarsi sullo stesso continuum, la manifestazione non avrebbe potuto aver luogo. Non è cioè più possibile distinguere i buoni dai cattivi, perché ciascuno offre quel che ha da offrire e lo fa nella continuità di un movimento. Palloncino colorato e cesoie parlano cioè la stessa lingua. Questo sfugge a chi semplicemente etichetta e cerca lo scoop sapendo che un’immagine violenta attira più di un’analisi approfondita, che di uno scontro si legge più che dei risultati di un convegno. Sfugge a chi si rapporta soltanto con categorie conosciute, senza soppesare gli eventi nuovi, l’espandersi di una sensibilità che si sviluppa non solo all’interno della propria comunità ma al di là di essa. Sfugge a chi pensa che l’obiettivo può essere solo quello di partito senza valutare la portata di un obiettivo comune, grazie al quale il singolo è disposto a mettere in secondo piano tanti muri fino a ieri insormontabili. Sfugge soprattutto a chi crede che la violenza sia equiparabile alla resistenza, che una dimostrazione di forza sia da leggersi in una chiave insurrezionale, che il danno a mezzi o strutture abbia lo stesso peso di un’aggressione a persone. Sfugge a chi crede di poter soprassedere alle istanze del popolo con un’alzata di spalle e un sorriso bonario, con l’indifferenza, di chi è convinto che basti la stampa, il denaro, le forze dell’ordine o la magistratura a relegare in un angolo chi proprio da quell’angolo ha deciso di muoversi per tornare al centro della propria vita.

Il successo politico del 10 maggio allora risiede proprio in questa determinazione di forza che la società civile esprime, decisa a raggiungere i propri obiettivi, a riappropriarsi di uno Stato da cui è stata esclusa per troppo tempo. E questo non è terrorismo, è Resistenza.

M.B. 11.05.14

Fotografie di Claudio Giorno