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Non voto – smettiamola di chiamarlo “partito”

il partito del non voto: ogni volta che viene fatto un sondaggio risulta sempre in testa. Ma serve a qualcosa o regala solo illusioni?

di Davide Amerio.

Sono consapevole che mi attirerò i malumori di qualcuno, ma non scrivo per far piacere a qualcuno, bensì per riflettere anche su fatti difficili e poco “popolari”.

Recenti sembrano rimescolare le carte delle preferenze politiche degli Italiani. Gli scandali, continui e infiniti, provocano disgusto, sopratutto negli elettori di sinistra, e la torre d’avorio dove pareva essersi collocata il PD con le ultime elezioni del si sta sgretolando. A Roma i sondaggi fanno volare il M5S. I recenti avvenimenti su Roma Capitale hanno ferito i profondamente. E meno male, ci teniamo a sottolineare. Uno degli atteggiamenti che consente a una classe politica di ladri e mafiosi dedica agli affarismi della propria cerchia di appartenenza, di perdurare impunemente nel tempo, è quell’esiguo senso di sdegno e indignazione degli Italiani che, come qualcuno ha scritto, ha generalmente la “durata di un orgasmo”.

In Piemonte si vocifera sempre di più sulle dimissioni di Chiamparino che vede anche qui il PD coinvolto negli scandali delle firme false, già motivo di caduta delle precedente amministrazione regionale.

Nei sondaggi c’è un elemento sempre presente e che è costantemente in crescita: l’ dal voto. Ne avevamo già avuto un fortissimo sentore con le elezioni in Emilia Romagna e Calabria. La soglia di coloro che decidono di non votare raggiunge, secondo le proiezioni, il 50% e in alcuni casi lo supera. Il fenomeno è ovviamente trascurato dai politici, e il motivo è ben preciso. L’anno scorso Matteo Renzi è giunto a dire che il “” non è importante e, tra le numerose baggianate pronunciate dal personaggio, questa è invece di un certo rilievo.

All’astensione viene da tempo mediaticamente assegnato la definizione di “partito”. Ritengo questa definizione fuorviante nel cercare di capire la natura del fenomeno e come porvi rimedio.

Premesso che “astenersi” è comunque una scelta legittima e democratica, bisogna domandarsi se essa è davvero efficace quanto ritengono lo sia coloro che la praticano. La definizione di “partito” è quanto mai inopportuna, ma è mediticamente efficace anche per offrire sottilmente agli l’illusione di contare qualche cosa.

Su questo è ora di essere chiari. Se è comprensibile la disaffezione verso la politica, il disgusto, il sentirsi a disagio e il non percepire consonanza ideale con nessun gruppo politico, bisogna avere il coraggio intellettuale di dire, una volta per tutte, che il non voto è assolutamente inefficace, inutile, sopratutto verso quella classe politica che si vorrebbe cacciare e che allegramente se ne frega di chi si astiene.

Il non-voto non è un partito. È una sorta di “Aventino” perpetuo che delega le decisioni agli altri nella illusione capricciosa che la propria assenza influisca sugli eventi. Un po’ come nei film di Nanni Moretti: mi si nota di più se ci vado… o se non ci vado? L’unica nota è la menzione statistica. Un numero: 45, 50, 60% che inorgoglisce i partecipanti e accontenta i politici che si ritrovano con meno persone da convincere e a cui rispondere del proprio operato.

Per completezza di analisi è necessario tenere conto del fattore psicologico. Ci sono molte persone che credono con questo gesto di protestare e far sentire la propria voce alla classe politica cui magari per decenni hanno fatto riferimento. Ma il meccanismo non funziona. Le leggi elettorali sono fatte (e malfatte in Italia) proprio per creare le condizioni di favorire chi è “affiliato” a una appartenenza politica.

Gli astenuti posso essere un “serbatoio” di consensi per altre formazioni politiche. Qui gioca però un altro fattore psicologico. Chi si sente “tradito” dalla propria parte politica non sempre è pronto a “concedersi” ad un altro. C’è un tempo di “sofferenza” che occorre rispettare. L’esempio del M5S ( e dell’andamento dei risultati elettorali) è lampante sotto questo profilo. Chi ha smesso di votare a sinistra, perché non si riconosce più nel partito di sinistra, non necessariamente si butta nelle braccia di una formazione politica che non si qualifica più come sinistra o come destra. Oppure decide di votare altro per far dispetto alla propria parte, ma non è convinto di quello che sta facendo. Oppure, la soluzione più adottata, decide di stare in disparte.

Sovente l’astensione viene giustificata in vari modi, prendendo anche esempi famosi; i social media sono una fonte inesauribile di “perle”:

“Se votare servisse non ce lo farebbero fare”
“Votare non serve a nulla tanto sono tutti uguali”
“Votare non serve perché tanto quando arrivano lì rubano tutti” etc etc

Paolo Borsellino diceva:

La “Rivoluzione” si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello.

Quindi o Borsellino non aveva capito nulla e si è fatto ammazzare per niente, oppure quelli che non capiscono stanno da un’altra parte.

Se votare non serve… per quale motivo certi politici si spendono molto per accreditarsi come persone oneste e perbene quando non lo sono affatto?
Se votare non serve… per quale motivo in molte zone del paese si fa mercimonio di consensi attraverso il voto di scambio oppure ci sono politici che pagano – letteralmente – gli elettori (50, 100, sino a 200 euro) per avere un singolo voto?
Se il voto non serve… perché promettere lavoro, assistenza, favori, raccomandazioni per ottenere un singolo voto?
Se il voto non serve… perché ricattare, minacciare, impaurire qualcuno per ottenerlo?
Se il voto non serve… perché manipolare l’informazione, appropriarsi dei mezzi di comunicazione per gestirli direttamente?

Qualcosa non quadra allora. Questo qualcosa è l’illusione che mantenere viva la sia a costo zero. Davvero qualcuno pensa che transitare da una condizione di “” a quella di “cittadini” sia senza fatica? La storia del nostro paese è lastricata del sangue di patrioti resistenti che hanno lottato per decenni per non essere più di una  o di una , ma per essere cittadini in una democrazia.

Davvero pensiamo che questo sia gratis per tutto il resto della vita? No, non lo è. E se vi guardate intorno sollevando lo sguardo dal vostro ombelico e vi fate carico dei “doveri” di un cittadino invece che sempre e solo rivendicare i diritti, potete trovare qualche alternativa, magari non perfetta, magari non proprio collimante al 100% con quello che pensate e magari farete delle scelte sbagliate ancora e dovrete riprovare ancora e ancora… perché essere cittadini è un impegno, morale e materiale. Altrimenti rimarrete sudditi e le vostre lamentele saranno flebili voci inascoltate che scompaiono nel vuoto.

(D.A. 03.07.15)