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Parigi apre la questione del deposito delle scorie nucleari italiane

L'allarme è lanciato da un articolo de La Stampa (9 settembre 2014) si teme che la sistemazione temporanea di Saluggia diventi definitiva.

di Alfonso Navarra.

La Francia, riferisce la Stampa di ieri, 9 settembre, ha deciso di bloccare il trasferimento del combustibile da riprocessare. I da Saluggia via Val Susa a Les Hague vengono, al momento, interrotti.

Sappiamo, in particolare noi valsusini, ed habituée delle lotte NO-TAV, che datraspo Saluggia (sede di depositi temporanei di rifiuti radioattivi) e Trino (ex centrale nucleare) le scorie nucleari vengono inviate via treno a Les Hague per un riprocessamento che, in teoria, dovrebbe mettere in sicurezza i rifiuti atomici, ma che, in pratica, combinano poco o nulla in questo senso. Lo sappiamo perché il movimento No Tav ha organizzato, in particolare a Villar Focchiardo (Comune che a suo tempo ha predisposto un ricorso al TAR), convegni sull’argomento ed ha attivato, in collaborazione con i francesi di Sortir du Nucléaire, una Rete di attivisti che protestano per ostacolare con blocchi nonviolenti il percorso dei treni radioattivi.

Dopo, le stesse scorie trattate nell’impianto francese, dovrebbero compiere il cammino a ritroso per l’immagazzinamento in Italia nel deposito unico di stoccaggio che dovrebbe essere pronto entro il 2025. Ma a Parigi, in soldoni, non si fidano che potremmo, noi “italiani”, riprendere le scorie indietro, costruendo il deposito entro questa scadenza del 2025. Ed ecco la decisione di sospendere i viaggi. Dopo i cinque viaggi già effettuati, informa la Stampa che “a Trino restano ancora 47 barre di combustibile nucleare esaurito e a Saluggia 13,2 tonnellate di combustibile irraggiato che aspettano di varcare le Alpi per essere riprocessate”. Sarebbero necessari ancora tre viaggi per riprocessare questo materiale residuo.

Per la sede del deposito italiano, che sarà di superficie (e dunque non sotterraneo come quello a suo tempo ipotizzato a Scanzano Jonico), Giampiero Godio, di Legambiente Piemonte, è portato a puntare su Saluggia, in provincia di Vercelli. Sostiene Godio, ricercatore ENEA all’Eurex di

SALUGGIA

SALUGGIA

Saluggia, che “l’Italia è quel Paese noto per far diventare definitivo il temporaneo. A Saluggia c’è già depositata la maggioranza delle italiane nei centri D2 e D3, tra l’altro in una collocazione “infame”, a ridosso della Dora Baltea (io parlerei di catastrofe annunciata, le esondazioni del fiume sono frequenti!); ed è quindi concretissimo il rischio che si decida per mantenerle laddove la gente si è abituata a sopportarle”.

Altre voci, riportate dal quotidiano torinese, ipotizzano che il deposito sarà localizzato in una di queste quattro Regioni: Puglia, Lazio,Toscana, Basilicata.
La struttura, riferisce il giornale, “dovrebbe accogliere fino a 90mila metri cubi di materiale radioattivo, e sarà grande come un campo da calcio, nonchè alto quanto un palazzo di cinque piani. Lo scorso 4 giugno l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha ufficializzato i criterieuratom2 per la localizzazione dell’impianto, che successivamente sarà realizzato dalla società pubblica Sogin, azienda che gestisce lo smantellamento delle vecchie centrali, appena uscita da periodo di sprechi, scandali e indagini. Entro il gennaio del 2015 bisognerà così definire una mappa delle aree “potenzialmente idonee” per il deposito”.

I tempi: secondo le previsioni, il sito si sceglierà entro la primavera del 2016; la costruzione si farà entro il 2022, e prevederà anche la creazione nell’area del Deposito di un “Parco Tecnologico”, dedicato alla ricerca e alla formazione su decommissioning, gestione dei rifiuti e radioprotezione. Il costo complessivo, dicono alla Sogin, sempre secondo la Stampa, “sarà di 1,5 miliardi di euro, che saremo noi italiani a pagare attraverso un (ennesimo) contributo sulla bolletta dell’elettricità. Altri osservatori però stimano la spesa finale in una somma più vicina ai 2,5 miliardi”.

Per aggiungere qualche nota personale, direi che i francesi hanno motivi seri per dubitare in quanto va ricordato, ad esempio, che secondo legge 368 del 2003, di recepimento di direttive UE a loro volta derivate da direttive Euratom, il deposito nazionale avrebbe dovuto essere operativo entro la fine del 2008. Ma siamo al punto in cui siamo, cioè di fatto si sta partendo, a chiacchiere, solo ora. I consiglieri regionali del Piemonte si fidano quanto i francesi del governo italiano. Ecco perché, con una mozione, fanno pressing su Chiamparino affinché, a sua volta, il governatore piemontese costringa euratom1Renzi a darsi una mossa: “altrimenti si corre il rischio che il Piemonte dove è stoccato il 96% dei rifiuti radioattivi presenti a livello nazionale diventi la pattumiera nucleare italiana” (dichiarazione di Marco Grimaldi, capogruppo di SEL).

Ulteriore punto da sottolineare, non riferito dai media mainstream: il riprocessamento effettuato a Les Hague con la tecnologia PUREX serve alla Francia anche per estrarre dalle scorie radioattive il plutonio necessario alla costruzione delle sue bombe atomiche. Per concludere direi che l’intera vicenda possiamo inserirla nella categoria: “referendum del 2011 da attuare”. Gli italiani in 27 milioni si sono pronunciati contro il rischio nucleare quindi dobbiamo esigere dai decisori politici che la questione dei rifiuti radioattivi, nel rispetto della volontà popolare, sia gestita nel modo più razionale e sicuro possibile.

A.N. 10.09.14