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PIL le letture farlocche della maggioranza

I dati sono rappresentati da numeri che esprimono dei valori. Le interpretazioni politiche sovente divergono ma ci sono letture tecniche dalle quali non is può prescindere.

di Davide Amerio.

Da un po’ di tempo i media non fanno altro che ripetere, per bocca di e dei suoi fedeli, che l’Italia è ripartita – non ostante i gufi, – e che il del 2015 dimostra l’avvenuta ripresa con un bel 1% di crescita.

Ma è davvero così? I gufi, per chi non lo sapesse, sono quegli esseri che, tipicamente nei cartoni animati, vengono in genere mostrati con gli occhiali sul naso beccuto perché sono saggi e sanno leggere, scrivere e far di conto.

Così capita di incontrare, tra le pagine di informazione economica, degli economisti “gufi” che hanno questo vizietto di leggere i dati per quelli che sono. Esaminiamo la seguente tabella(1)

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in essa vengono riportati i dati del PIL calcolati dall’Istat e pubblicati recentemente. Per capire bene facciamo riferimento alla seguente legenda delle voci presenti:

Trimestre: trimestre di riferimento (T1, T2,…) nell’anno (2014, 2015)
Dato trimestrale: valore del flusso finanziario del PIL calcolato su base trimestrale espresso in euro
Congiunturale: variazione percentuale del PIL rispetto al trimestre precedente
Tendenziale: variazione percentuale del PIL rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente
Dato annuale: Totale del valore annuale del PIL in euro (sommatoria dei valori dei quattro trimestri)
Variazione: variazione del PIL calcolata su base annuale (quanto è cresciuto il totale rispetto all’anno precedente)

La differenza tra il totale del PIL del 2014 (1.536.037) con quello del 2015 (1.544.969) presenta certo un incremento che però calcolato in percentuale è uguale allo 0.6% e non all’1%.

Il dato dell’1% è un dato “tendenziale” ovvero rappresenta un incremento del PIL del IV trimestre 2015 rispetto allo stesso trimestre del 2014.  Non rappresenta il dato annuale. Ma non solo! Se si esamina il dato “congiunturale”, ovvero la variazione del PIL di un trimestre rispetto al precedente, si può notare che dal valore di 0,4% del I trimestre 2015 c’è stato un decremento dello 0,1% per ogni trimestre successivo sino allo 0,1% dell’ultimo trimestre. Questo suggerisce una decrescita dell’economia e non il suo contrario.

Oltre alle errate interpretazioni dei dati, c’è da considerare che questi sono stati prodotti in un periodo di congiuntura favorevole, come notano alcuni osservatori(2):

  • il Quantitative Easing (QE) di Draghi che ha portato l’€uro alla quasi parità con il dollaro;
  • il prezzo del petrolio ai minimi srorici;
  • la quasi totale decontribuzione per ogni neo-assunto;
  • una radicale riforma del mercato del lavoro (Jobs Act);
  • un’ampia riforma costituzionale il cui iter è ormai giunto a termine;
  • l’informatizzazione obbligatoria di quasi tutto il processo civile sia di primo che di secondo grado;
  • la digitalizzazione di buona parte degli atti della Pubblica Amministrazione;
  • il semestre europeo a guida italiana (luglio-dicembre 2014);
  • gli 80 euro

Il fattore frenante è comunque il solito “euro”. L’ottimismo con cui sono state accolte iniziative come il QE non ha tenuto conto delle reazioni dei mercati emergenti(1). Ad una “svalutazione” dell’euro rispetto al dollaro ha corrisposto una contro offensiva della Cina che ha svalutato la sua moneta (perché loro hanno sovranità monetaria) e ciò non favorisce le esportazioni dell’Italia verso quel paese. Non potendo svalutare una “nostra” moneta, la nostra economia è primariamente in competizione con quelle del nord Europa  verso la quale si sono diretti i maggiori flussi di capitali (Americani e Cinesi).

Ma anche per la Germania si annunciano tempi difficili, il che equivale a un disastro per noi. È uscito recentemente il report di Markit Flash che misura l’andamento della produzione a livello mondiale(3). C’è poco da stare allegri. L’economia mondiale rallenta, diminuiscono le esportazioni per la Germania (che basa su queste la forza del suo reddito) e quindi tutta l’area euro subirà un calo della produzione, degli ordini e dell’assunzione di personale. Si prevedono ulteriori spinte deflazionistiche dei prezzi.

Le conseguenze per l’Italia sono riassumibili nella seguente considerazione(3): “potete immaginare facilmente che fine farà la crescita del PIL italiano inscritta nel DEF di Padoan e Renzi, ottimisticamente aumentata in ottobre all’1.6%, e con essa la speranza di sterilizzare le cosiddette “clausole di salvaguardia”, ovvero l’aumento di 16-21-29 miliardi di IVA e accise tra 2017 e 2019. (Neolingua Europea: leggasi “clausole di strangolamento del popolo italico”).”

(D.A. 24.02.16)

Riferimenti:

(1) sul Fatto Quotidiano
(2) Giuseppe Palma su Scenarieconomici
(3) su Scenarieconomici

I dati Istat sono visionabili QUI