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Processo ai No Tav. Dal bunker alla Clarea

E' il giorno delle revoche, della protesta. Letta in aula dagli imputati la condanna del processo, zittito Rinaudo, poi tutti al cantiere a far sentire la presenza dei No Tav. Una carica, due feriti.

Aula bunker, 28 Febbraio 2014.   Doveva essere una sorpresa ma nei giorni scorsi è stato deciso che diventava una manifestazione. E forse è andata bene cosi, visto l'afflusso dei media mainstream che quando fiutano il sangue accorrono. Originariamente c'erano diversi dei 53 imputati che volevano revocare temporaneamente il difensore, tanto per attirare un po' d'attenzione su un processo che il legal team denuncia come già deciso. Ma gli avvocati non erano d'accordo e l'hanno detto, cosi, decisi a revocare  sono rimasti in due: uno poi si è dimenticato di firmare il documento lasciando il solo Minani ad affrontare la situazione. "Perchè avete deciso questo gesto?"- abbiamo chiesto. "Perchè il processo è evidentemente segnato e non cambierà niente..." è stata la risposta.

Condivisibile? Si vedrà. L’idea collettiva era invece di leggere in aula una dichiarazione sulla natura del processo e poi uscire tutti insieme al pubblico e andare in , luogo ormai simbolico che sintetizza allo stesso tempo la devastazione e la resistenza. E si è deciso allora di convocare la gente e fare del gesto in aula il preludio ad una manifestazione, piccola ma tosta. (vedi intervista a Guido Fissore). Cheintervista fissore comunque ha fatto più rumore della manifestazione a Chiomonte di sabato 22 (ma anche qualche danno fisico, due feriti in Clarea). Ma andiamo con ordine.

Che sarebbe stata un’udienza diversa lo si vedeva subito arrivando nel parcheggio dell’aula-bunker. Un rinforzo di truppa e di Digos, controlli più severi tanto che il Presidente faceva sollecitare i Carabinieri per poter aprire l’udienza con gli imputati in aula. Appena sistemati, è scattata la revoca dei difensori per il milanese Minani e a ruota la dichiarazione (v. sotto) consentita dal Tribunale.

I tentativi di interruzione da parte del pm Rinaudo sono stati sovrastati dalle voci degli imputati che lo hanno zittito clamorosamente. A niente sono valsi i richiami del Presidente a smettere: gli imputati si univano in coro per leggere il testo. Il pubblico si faceva sentire a sostegno e quando gli imputati spinti dai carabinieri guadagnavano la porta, slogan e cori si sono fatti più alti e sonori. L’aula-bunker ha risuonato per diversi minuti delle voci No , e Giù le mani dalla ! ha accompagnato fino all’esterno la piccola folla. Poi tutti a Giaglione a raccogliere altri che attendevano e giù in Clarea, dove di nascosto agli occhi pubblici, sotto un cielo livido, i celerini si sono esibiti in una carica dal ponte distribuendo  kesslerqualche manganellata. I testimoni dicono che erano piuttosto agitati e nervosi fin da subito. Chi conosce le dinamiche capiva che le cose si mettevano male quando si sono viste “le gemelle Kessler” (nickname di due celerini alti e nasuti, conosciuti per la particolare predisposizione alla violenza) prendere posto nella prima fila di un folto doppio plotone piuttosto nutrito di “lanciatori” (di gas): ben cinque. La carichetta è partita quando un adesivo si è incollato a uno scudo (ma non sono addestrati a sopportare i peggio insulti?). La piccola folla ha tenuto la posizione costringendo gli agenti nelle file posteriori a impattare sui colleghi davanti, intasandosi e limitando quindi i danni per i dimostranti. I feriti da manganellate sono stati due ma il bilancio politico della mattinata è stato positivo per l’attenzione mediatica ottenuta e per “il disturbo” a cui le forze dell’ordine sono state costrette (erano tanti, molti più di sabato quando i dimostranti erano duemila).

videoIntanto in aula il processo continuava con l’escussione di altri poliziotti. “lesionati”. Poche le notizie interessanti, solo altri battibecchi con i pm, eccezioni respinte, altri casi di relazioni di servizio identiche, proteste dei difensori perchè si impediva loro di verificare l’attendibilità dei testi. Si è toccato il paradossale quando a un Digos si è chiesto di riconoscere i soggetti ritratti in fotografie sotto cui comparivano i nomi degli imputati. Persino il Presidente doveva cautamente abbozzare: “…Effettivamente…” e non ammettere le foto. Cosi vanno le cose in aula bunker.

Prossima udienza 7 Marzo.(F.S.)

Dichiarazione congiunta degli imputati

Questo processo sin dai suoi esordi si è palesato non come un dibattimento volto all’accertamento dei fatti e a stabilire eventuali responsabilità, ma come un dibattimento a senso unico, quello della Procura torinese, in totale assenza di arbitri imparziali.

La stessa scelta di quest’aula – scelta più volte giustificata come mancanza di maxi aule per infine svelarsi per quello che era: una precisa scelta politica- lo dimostra. la pesante militarizzazione dell’aula, i pesanti controlli e le perquisizioni all’ingresso, la registrazione (e la duplicazione) dei documenti di identità del pubblico, non sono altro che espedienti per creare un clima di pericolosità sociale intorno al Movimento volto a condizionare l’opinione pubblica sulla legittimità di provvedimenti sempre più pesanti. Non a caso si è passati dalle comuni imputazioni di resistenza a quelle di terrorismo.

aulaL’ammissione come parte civile di ben tre Ministeri – Interno, Difesa, Economia – cosa mai accaduta in presenza di semplici reati di resistenza e lesioni, è prova di come questo clima, costruito ad arte dalla Procura torinese, trovi nel Tribunale la sua legittimazione e la benedizione dei vari governi del Tav.

All’inverso, la non ammissione, come testi a difesa, dei tecnici No Tav è l’ennesima riprova di come si voglia condurre il processo su binari prestabiliti, presentare cioè quanto è accaduto nelle giornate del 27 Giugno e del 3 Luglio 2011, estrapolandolo da ogni contesto reale e senza tentare minimamente di comprendere le motivazioni e le ragioni degli imputati. Si vuole processare il Movimento No Tav senza che si parli mai del Tav.

Il modo stesso in cui sono regolati e limitati i diritti della difesa – il reiterato rigetto di ogni istanza difensiva, l’impossibilità di conoscere (e quindi poter citare) i nomi dei dirigenti delle Forze dell’Ordine nelle giornate per cui siamo accusati, l’impossibilità di poter controinterrogare i testi dell’accusa su argomenti di cui i pm non hanno già posto domande, l’impossibilità di valutare l’attendibilità dei testi nel caso di agenti che hanno redatto relazioni di servizio usando le medesime frasi – sono per noi la dimostrazione di quanto tutto sia già stato deciso e il dibattimento rappresenti solamente una formalità necessaria.

La fretta stessa con cui si vuol giungere alla sentenza, il ritmo imposto dal Tribunale – con udienze massacranti di diverse ore inframmezzate solo da una brevissima pausa per il pranzo, tenute con una già pesante cadenza settimanale ottenuta solo dopo la protesta unanime dei difensori, non disposti ad accettarne due alla settimana – rappresenta un grave impedimento all’esercizio del nostro diritto alla difesa.

Il reiterato divieto da parte del Tribunale di ascoltare gli imputati – negando loro quasi sempre la parola e invitando i carabinieri ad allontanarli – sono la palese dimostrazione di come gli imputati non siano considerati degli attori comprimari del processo ma semplici comparse indispensabili senza diritti utili solo alla prosecuzione della rappresentazione.

 Per questo motivo siamo giunti alla conclusione che qualsiasi sforzo generoso da parte dei nostri difensori sarà sempre vanificato dal clima di ostilità che si respira in quest’aula. Pensavamo di essere processati per ipotesi di reato, ma ci siamo accorti nel corso del procedimento che siamo processati non per quello che potremmo aver fatto ma per quello che siamo.

Pensavamo di avere un processo normale in un Tribunale normale ma ci sembra – in quanto No Tav – di essere sottoposti a un procedimento che si dimostra sempre più “speciale”.
Per queste ragioni  abbiamo deciso di disertare questo processo. Abbandoniamo quest’aula, lasciandovi liberi di sperimentare i nuovi metodi di procedura legale da usarsi contro il movimento No Tav e ce ne andiamo in Val Clarea, luogo simbolo della nostra resistenza alla devastazione della , per testimoniare ancora una volta la nostra determinazione e il nostro impegno in questa lotta.