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Processo ai No Tav. Emergono le responsabilità

I dirigenti "sul campo" violarono la stessa ordinanza del Questore e scatenarono la caccia all'uomo incitando la truppa alla violenza estrema. Funzionari e agenti hanno contribuito con l'omertà a oscurare i fatti reali. I dimostranti andavano puniti, non dispersi.

di Fabrizio Salmoni

Udienza fiume (e abbastanza devastante per chi vi ha asssitito, dalle 9 alle 17 con 15′ di pausa) in aula bunker per il . E’ toccata a tre veterani del collegio di difesa (avvocati Vitale, Pellegrin, Melano) spendere le argomentazioni principali per attaccare duramente l’operato della polizia in

AVV. PELLEGRIN

AVV. PELLEGRIN

quel 3 Luglio 2011. Se una prima fase delle arringhe passate affrontava la successione temporale dei fatti per concludere che ci fu una violenta aggressione preventiva a un corteo pacifico e a gruppi di dimostranti che cercavano l’atto dimostrativo, ora ci si focalizza su altri aspetti tutt’altro che secondari: come è potuto accadere? Oggi ci si è avvicinati ulteriormente alla verità:  l’aggressione con i gas partì su ambo i fronti “caldi” prima che fosse lanciata una sola pietra, con i reparti schierati all’esterno delle recinzioni in violazione dell’ordinanza del Questore Faraoni del giorno precedente che raccomandava di mettere in atto una difesa del cantiere standone all’interno e di rintuzzare gli eventuali gesti dimostrativi o tentativi di intrusione. Quei reparti si distinsero invece per violenze e illegalità documentate in foto e filmati agli atti.

Analoga situazione è stata riscontrata alla centrale elettrica di via Avanà

AVV. MELANO

AVV. MELANO

quando, in risposta a un atto dimostrativo di qualche decina di manifestanti (non migliaia, come dichiarò falsamente il vicequestore ) che tentavano di abbattere una rete, si scatenò il lancio di lacrimogeni su tutto lo spezzone di corteo in transito con proiettili sparati direttamente su gente inerme (alcuni facevano il picnic nei pressi).

Ecco dunque, secondo gli avvocati, che si delineano le responsabilità di quel giorno: furono i dirigenti sul campo, Dott. e Dott. Di Gaetano, – sostengono gli avvocati – a prendere l’iniziativa aggressiva e scatenare la violenza sulla gente con il chiaro proposito di far male e spaventare: la famigerata “dottrina Cossiga” sull’ordine pubblico rispolverata già a Genova nel 2001 e quindi in

AVV. LOSCO

AVV. LOSCO

nel 2011. Del resto, l’antipasto era stato servito solo una settimana prima, il 27 Giugno, con lo sgombero violento della Maddalena, annunciato, prima ancora che si forzassero le difese, con il calcio all’inerme pacifista Turi Vaccaro già immobilizzato sul selciato dell’autostrada, sferrato da un noto vicequestore, come mostrato ancora oggi nei filmati. Un gesto preventivo “di disprezzo” del cittadino. “Chi manifestava in quei giorni non era tale ma un black block da reprimere” e forse sopprimere. Questo era il messaggio che i dirigenti sul campo trasmettevano alla truppa quando durante le cariche all’area archeologica gridavano “Ammazzateli!” (incitamenti che si sentono distintamente nel sonoro delle immagini). In altra fase, qualcuno gridava “Fateli entrare!” per attirare i dimostranti in trappola e poterli non disperdere ma fisicamente offenderli.

Accanto a tale gestione criminale dell’ordine pubblico, contro le stesse disposizioni del Questore, si è registrata la peggiore omertà in sede processuale: “Funzionari incapaci e consci del modello di gestione che era

stato loro richiesto, non riferiscono di quanto hanno visto” (avv. Vitale): non vedono gli agenti che tirano pietre, non vedono i lacrimogeni sparati direttamente sulla gente, non vedono le violenze di gruppo sui fermati. “E allora vogliamo credere che quello che dicono è vero?” conclude Vitale. E Pellegrin sullo stesso tema rincara la dose: “I dirigenti sul campo hanno la responsabilità della degenerazione della situazione” mentre a Melano tocca ricordare che in questa Italia gli abusi polizieschi sono di lunga data ma che i moti sociali hanno quasi sempre avuto esiti positivi per l’avanzamento della democrazia, “appartengono ai normali dialettici della politica perchè non si può avere ragione di un popolo solo con la violenza“. Già per Genova 2001 furono riscontrati eccessi polizieschi, azioni illegittime e sproporzionate e già una sentenza del 2012 per altri fatti in Val Susa stigmatizza la causalità dei comportamenti (in gergo tecnico, contributo causale rilevante e efficiente) per mandare assolti altri imputati.

E’ sempre Pellegrin che introduce la discussione sulla validità dei

riconoscimenti sulla base di quanto agli atti e sulla difficoltà di far coincidere la fisionomia con la realtà. Per dimostrarlo mostra un affresco del duomo di Pistoia risalente al 1300 che ritrae quasi perfettamente il volto del suo assistito, il toscano Ginetti. L’episodio smorza un po’ la tensione ma solo per un attimo anche perchè l’imputato è già stato dato abbondantemente in pasto ai media per fatti precedenti. Anche questo un abuso da addebitare allo sciacallaggio di certi giornalisti e ai pregiudizi della Procura.

L’avv. Losco, co-difensore anche dei quattro imputati nel “processo del compressore” ha ripreso le considerazioni sulla natura e i costi della Grande Opera per poi immergersi brevemente sui dettagli tecnici che portarono al presunto riconoscimento dei suoi difesi.

Gli avv. Straini e Stroppiana hanno intrapreso anch’essi una difesa tecnica mentre l’avvocato d’ufficio Irene Russo non ha trattenuto la considerazione che fa da corollario a tutta la procedura della Procura sui fatti in oggetto: “La visione parziale dei fatti non è giustizia!”. Un pubblico esausto non poteva che condividere.

(F.S. 9.12.2014)