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Processo ai No Tav. Indizi frammentati, interpretazioni, tatuaggi e acconciature.

Si rinnova lo scontro tra le parti mentre i testi-digos vengono imbeccati dai procuratori. Il faticoso assemblaggio degli indizi. DSCN2509Aula bunker, 2.12.2013.   E' continuata oggi nella ormai consueta atmosfera di tensione tra le parti,  la disamina dei testi dell'accusa, la lunga sfilata di Digos a cui viene richiesto di riconoscere gli imputati nelle foto e nei filmati. Solo a tratti la tensione si spezza e sfocia in battibecchi che il Presidente del Tribunale stenta a placare. La sessione di odierna era "breve" (9-14) per dar modo agli avvocati di partecipare al Convegno dei Giuristi Democratici di cui riferiamo a parte. Si parte subito con la contestazione del fitto calendario di udienze che gli avvocati provenienti da fuori Piemonte avrebbero serie difficoltà a frequentare ma la circostanza viene commentata con sarcasmo dai pm ( "Si

 prenotino una cuccetta sull’Alta Velocità!”) tanto più che le trascrizioni delle deposizioni precedenti non pervengono in tempo neanche ai legali torinesi. Sullo scranno transitano due Digos, De Mar e Sorrentino, che ripercorrono gli episodi di 27 Giugno e 3 Luglio 2011 con l’ausilio di tutti i supporti che hanno avuto a disposizione, compresi quelli delle Digos di altrove, per es. di Macerata e Bologna, che hanno eseguito perquisizioni a casa degli indagati. Le difese hanno vivacemente obiettato a più riprese sul modo in cui i pm interrogavano i testi cioè offrendo loro suggerimenti indiretti. Le interruzioni si sono fatte frequenti cosi come i battibecchi, su dettagli che tecnicamente potrebbero rivelarsi importanti, come la discussione su un presunto tatuaggio sull’avambraccio di un imputato che alla difesa risulta poco più che una macchia. I Digos spiegano i tanti incroci di indizi che utilizzano per giungere all’identificazione degli imputati, anche elementi distanziati nel tempo e nei luoghi.

Cruciale è la comparazione degli indumenti indossati dai soggetti indiziati che gli stessi non si sarebbero curati di  eliminare (bisognerà andare in piazza tutti vestiti uguali o portarsi un cambio?) ma spesso i controlli sui fermati, anche a distanza di due anni (un controllo ritenuto decisivo per attribuire responsabilità nel luglio 2011 è avvenuto nel febbraio 2013), si risolvono nel ritrovamento di articoli chiaramente difensivi come maschere antigas, guanti, maalox e limoni o di artifizi esplosivi (leggi petardi) venduti in tabaccheria. Per non parlare dei tagli o delle acconciature che vengono sottoposti ad attento scrutinio per essere associati a indumenti e corredi (zaini, bandane, scarpe, braccialetti). Alcuni imputati vengono identificati ma non mentre compiono atti illeciti, solo successivamente: conta la presenza, magari reiterata in qualche passeggiata alle reti successiva ai fatti oggetto di giudizio; ad uno viene trovato nello zaino, dodici giorni dopo gli scontri del 3 Luglio, uno stupido schema grafico in cui si elencano “mezzi di difesa” (i soliti: maschera antigas, occhialini, ecc.) e “mezzi di offesa” (fionda, frombolo, ecc.) insieme a slogan vari, quelli che si ritrovano sui siti.

Insomma, a frequentare questo processo si impara a capire quanto può essere pericolosa ma anche fragile o contradditoria un’indagine che da una parte  si avvale di sofisticati mezzi tecnologici ma che dall’altra si affida all’interpretazione di dati spesso assemblati arbitrariamente. Tutto si giocherà sulla contestualizzazione, sulle motivazioni, sulle verifiche di illegittimità dell’ intervento poliziesco. (F.S. 3.12.2013)

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