Processo ai No Tav. La parte del leone

Tra i tanti agenti Ps e CC, è la giornata del Carabiniere preso "prigioniero" dai dimostranti. Un altro caso di fragilità umana.

Aula bunker, 24 Febbraio 2014.  Si annunciava noiosuccia l'udienza odierna e invece il primo colpo di coda lo dà l'avv. Milano che solleva eccezione sull'estensione del controesame ai testi, costretto da Pm e Corte ai soli argomenti (capitolati) delle lesioni subite. Finora infatti alle difese non è mai stato consentito fare domande contestualizzanti. L'avv. Milano ci dà dentro per quasi mezz'ora ma alla fine il risultato è il solito: eccezione respinta. A tutt'oggi non ci ricordiamo di una accolta e questo la dice lunga sul clima del processo.

Riprende da quel momento la solita lunga pletora di agenti lesionati, molti dei quali cadono in qualche significativa contraddizione su prognosi, cause delle

lesioni (non vedono o non sanno cosa li ha colpiti), proprio posizionamento al momento del ferimento, ecc. Due i “babbioni” col rapporto di servizio identico, Gerardo Aiello e Antonio Gulleri, entrambi del “mitico” II° RM di Padova.

Colpisce l’osservatore che tutti questi energumeni, supermacho in divisa, si lamentino di lesioni refertate di pochi giorni (aumentati in seconda battuta da altri medici non ospedalieri): un ematoma alla spalla, una bua al piede, una contusione al polso, un taglio al ditino… e che qualcuno li abbia presi sul serio. Ricordiamo i Maroni e gli Alfano che parlavano di “centinaia di feriti” e i media che raddoppiavano.

Ma a dare corpo alle peggiori accuse ecco il teste-chiave: il vicebrigadiere dei Cc Luigi De Matteo, nato clamorosamente in Svizzera ma dalla parlata profondamente napoletana. Corposo ma insignificante a prima vista, oggi la parte del leone la fa lui. Lui è quello che probabilmente ha subito il trattamento peggiore quel 3 Luglio, nel fisico e nel morale: fu catturato dai dimostranti presso l’area archeologica intorno alle 16 perchè si era attardato dopo una carica a proteggere con lo scudo un collega e non si era accorto che i colleghi lo avevano lasciato solo. Fu trascinato dietro una roccia, malmenato, semispogliato della divisa, degli accessori (pistola compresa, che fu poi restituita senza caricatore), della preziosa cintura dei pantaloni che recava la sigla del contingente Isaf in Afghanistan di cui era orgoglioso, persino delle scarpe. Fu oggetto di una trattativa tra i due fronti ma gli fu risparmiato di tornarsene alle sue linee in mutande e calzini per intervento di un uomo e di “una figura femminile” che lo riassettarono, gli ridiedero un contegno e lo accompagnarono verso i ranghi dei suoi, i quali lo ripresero in consegna alquanto frastornato e dolorante, come documenta il filmato agli atti. Sorprendentemente la prognosi al primo soccorso fu di soli 10 giorni. Ci pensarono i medici militari poi ad allungarla a dismisura. Il poveretto dice di aver subito “patologie” come il mal di testa e una ricaduta psichica per lo shock subito tanto da venire poi riformato ed escluso dal servizio. Anche lui tanto cattivo quando si tratta di caricare e menare gli inermi ma tanto fragile dentro. C’è da chiedersi se fosse idoneo al servizio in Afghanistan: e se lo catturavano i talebani invece che i No Tav? Altro che psicologo…A sentirlo viene da pensare ai fermati Soru e Nadalini, semi-linciati sul posto dalla turba degli agenti, per i quali le prognosi furono superiori ai 30 giorni (Nadalini fu poi anche operato per le fratture). Per loro, niente psicologo, niente aspirina per il mal di testa. Ricordiamo che a Nadalini ferito e giacente in barella per ore, fu urinato addosso e spaccato il naso a freddo con una manganellata (v. intervista TG3 Piemonte del 3 Luglio 2011). Anche nel trattamento dei “fermati”  emerge da questo processo una differenza sostanziosa tra le parti in campo.

Prossima udienza venerdi 28 Febbraio.