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Processo ai No Tav. Le prognosi truccate ovvero la falsità fatta Stato

Il medico legale smonta tutte le prognosi dei 55 poliziotti di parte civile. Le dichiarazioni spontanee di quattro imputati (audio in fondo)

di Fabrizio Salmoni
Prognosi triplicate, quaduplicate, distorsioni impossibili, traumi inventati. Tutte le 55 prognosi dei poliziotti costituitisi parte civile sono state aumentate senza documentazione dai medici di polizia. Incongrue, sproporzionate e non giustificate: cosi le ha classificate il medico legale Luca Ferrero che ha analizzato tutte le carte mediche, una per una, per conto della difesa confermando di massima le prime prognosi dei Pronto Soccorso e mettendo il luce il classico vecchio trucco dei alle lotte sociali. Non c’è processo a manifestanti a memoria storica che non preveda prognosi falsificate dei poliziotti per giustificare i reati di lesioni e lesioni gravi. In realtà, la maggior parte dei poliziotti in quei giorni di giugno-luglio si sono infortunati inciampando, respirando i loro stessi gas, urtandosi con i loro colleghi o alla peggio, risentendo a livello cervicale di colpi o contraccolpi per pietre ricevute su caschi o protezioni.

Sono emersi anche casi paradossali di prognosi aggiunte per artrosi o patologie pre-esistenti (Luigi Basile, Umberto Zuccarini) o addirittura per incidenti stradali seguenti ai fatti della Val Susa (Ivan Vinciguerra). Qualche furbetto ha anche approfittato della “lesione” per allungarsi le ferie. Insomma quelle specie di rambo che si gongolano nel loro machismo in divisa, sono in realtà degli esserini fragili che lamentano la bua di un graffietto, di un livido o di una storta alla caviglia.

Cosi, a caso, Luciano Zanbotti si è fatto dare 40 giorni a fronte di 7 previsti dal Pronto Soccorso e Antonio D’Anna 89 giorni a fronte di 35. Tra i clamorosi c’è Pasquale Pippa (sic!) che per un sasso sul casco ha sbattuto i denti provocandosi una scheggiatura dello smalto: 10 giorni al Pronto, 39 dal medico di polizia ma in totale ha fatto 60 giorni di assenza dal servizio e chiede i danni ai …Come anche Cristiano Pensabene che per lo scoppio ravvicinato di un petardo ha subito un trauma acustico con prognosi di 10 giorni al Pronto divenuta di 221 giorni per presunte “complicanze” seguenti per cui ha dovuto subire visite oculistiche e addirittura cardiologiche totalmente ingiustificate – secondo il medico legale – e non documentate nella consequenzialità.

Sono state evidenziate prognosi di “distorsioni” (invece che contusioni) causate da traumi da pietra e danni a parti coperte causate da petardi.

La pm Pedrotta ha ovviamente cercato di mettere in dubbio la credibilità del perito che ha risposto sempre con proprietà disarmante.

Un punto quindi per i No Tav che vedono diminuire i pericoli di onerosi rimborsi di danni.

Alla lunga disamina dei referti medici, sono seguite le dichiarazioni degli imputati Alossa, Bindi, Imperato e Ginetti che hanno rivendicato la loro appartenenza alla resistenza valsusina e la legittimità dei loro atti di fronte alle tante illegittimità dell’intervento poliziesco tra i sorrisi ironici della pm e gli sbuffi plateali dei ragazzotti che le fanno da tecnici, perfettamente integrati nei loro ruoli di parte.

Alla luce di quanto evidenziato nelle ultime due uduienze viene spontanea una riflessione: l’omertà, la violenza e la falsità degli agenti di polizia e dei loro medici e, in ultima analisi il cinismo di una Procura che, ben conscia delle anomalie riscontrate negli episodi di resistenza valsusina sotto processo, le usa, contribuiscono a mettere in cattiva luce agli occhi dei cittadini uno Stato la cui immagine e natura sono già molto compromesse da corruzioni, inchieste, malcostume dei politici, ecc. Se questo è lo Stato urge riparazione urgente. Ma forse di questo sono ormai tutti consapevoli.  (F.S. 27.09.2014)

ImperatoLA DICHIARAZIONE DI TOBIA IMPERATO
Siamo giunti alla fine di questo dibattimento. A voi non resta che giudicarci secondo le norme del codice penale.

Nonostante abbiano un soggetto, il legislatore, tanto impersonale quanto irraggiungibile – quasi un dio infallibile dispensatore di giustizia -, in realtà i codici non sono altro che una banale creazione umana. Non solo la loro compilazione, ma anche la loro interpretazione e applicazione non sono altro che semplici azioni umane.

La giustizia, quella vera, si sottrae alla norma e non potrà mai essere codificata. Appartiene alla sfera dei valori e solo il giudizio storico – una volta che le passioni del presente saranno sopite – decreterà, attraverso il comune senso civile, se la vostra sentenza sarà stata o meno giusta.

In quest’aula sono state delineate due visioni diametralmente opposte dei medesimi eventi.

Una – quella della procura – che vede centinaia di agenti violentemente aggrediti e feriti nell’adempimento del proprio dovere.

L’altra – quella che noi e le nostre difese abbiamo esposto – racconta di un movimento popolare pacifico aggredito brutalmente senza che avesse messo in atto nemmeno il semplice reato di disobbedienza civile. Sì, perché noi siamo stati violentemente attaccati mentre eravamo pacificamente attestati in un luogo in cui non solo avevamo il diritto di rimanere ma di cui avevamo persino pagato il suolo pubblico. Un’area che era al di fuori – e lo rimane tuttora nonostante le recinzioni illegittime che ne inibiscono l’accesso – dall’area destinata al cantiere.

Non solo quindi il 27 giugno alla Maddalena le forze dell’ordine effettuarono un’azione illegale, da tutti noi percepita come tale, ma la fecero con altissimo disprezzo per la salute di chi si trovava di fronte.

Io non temo di essere retorico affermando che quel giorno lo Stato italiano intraprese una vera e propria guerra chimica ad alta intensità contro i propri cittadini.

In questi ultimi anni si è parlato molto di CS, il gas espulso dai lacrimogeni di cui è vietato l’uso bellico dalle convenzioni internazionali. Proibito nella guerra fra stati ma ammesso nella guerra interna contro i propri cittadini che dissentono.

In Italia il primo uso massiccio di questo gas si ebbe nel 2001 a Genova contro i manifestanti che contestavano il G8. E tutti sanno della riprovazione a livello internazionale di cui fu oggetto la polizia italiana per come fu gestito in quei giorni l’ordine pubblico. Numerose testimonianze già allora descrissero quanto questo gas fosse micidiale, causando svenimenti nausea vomito problemi respiratori infiammazioni oculari irritazioni cutanee. Gli studi medici ci dicono che una forte e prolungata esposizione potrebbe creare danni permanenti a occhi polmoni stomaco fegato cuore reni e persino provocare aborti. E non si conoscono ancora le conseguenze nel lungo periodo, conseguenze cui patiranno non solo coloro che ne sono stati colpiti ma anche agli agenti che ne hanno fatto largo uso. Non a noi, quindi, dovrebbero rivolgersi i loro sindacati. Come ha insegnato la vicenda delle bombe all’uranio impoverito, gli apparati statali si disinteressano non solo della salute dei propri cittadini ma persino di quella dei loro servi.

Ebbene, io ho partecipato alle giornate genovesi e vi posso dire in tutta tranquillità che – sotto questo profilo, confrontate alle giornate della Maddalena – furono meno traumatiche. In Val Susa – nelle giornate del 27 giugno e del 3 luglio 2011 – la quantità e la concentrazione di CS fu enormemente più alta. Fu decisamente la più massiccia da quando questo gas è in dotazione alle forze di polizia in Italia.

Chi diede l’ordine di accerchiare la libera repubblica della Maddalena e, come in una tonnara, gasare tutti i presenti, precludendo ogni via di fuga e gasandoli anche tra i boschi dove avevano cercato scampo e riparo? I dirigenti sul posto, dai nomi secretati in questo processo? Il questore? Il prefetto? Il ministro degli interni? Il presidente del consiglio?

Contro di noi, in questo procedimento, si sono costituiti come parti civili reclamando il risarcimento dei danni subiti, ben tre ministeri. Ebbene, io dichiaro apertamente che non sono loro le parti lese, anzi dovrebbero rispondere alla comunità per il grave attentato commesso alla salute di tutti i cittadini presenti a Chiomonte in quelle due giornate, per averli proditoriamente sottoposti per ore all’esposizione di gas venefici.

Ora, pare che la legislazione italiana consideri il CS arma non-letale con effetti reversibili e ne consenta l’uso da parte della forza pubblica. Ma l’uso di uno strumento di dissuasione coercitivo dovrebbe essere sempre effettuato con moderazione e con dei limiti ben precisi. Come una mano può non essere letale in un semplice schiaffo, la stessa mano può diventare letale se strozza alla gola. E’ della cronaca di questo periodo come a Parma l’uso spropositato di uno strumento ordinario in dotazione agli agenti di pubblica sicurezza, il manganello, abbia condotto a morte il giovane Federico Aldovrandi o come un altro strumento frequentemente usato nelle strutture psichiatriche, il letto di contenzione, abbia barbaramente assassinato il maestro salernitano Francesco Mastrogiovanni.

Questo uso incontrollato esagerato e spropositato di CS è all’origine della nostra reazione. Era quello che serviva per trasformare con un colpo di bacchetta magica un movimento popolare pacifico ventennale in un’accolita di violenti.

Perché, solo dopo il 27 giugno e il 3 luglio 2011 – improvvisamente – il movimento NO TAV diventa un problema di ordine pubblico, tanto da originare summit governativi, relazioni di servizi segreti e dichiarazioni deliranti di ministri e uomini politici? Solo per giustificare il conseguente accanimento giudiziario? Per arrivare ad accuse di terrorismo per il lancio di petardi o a condanne di anni di reclusione per la sola detenzione e trasporto di artifici pirotecnici?

Chi ha decretato questo inasprimento di livello dello scontro? Il movimento NO TAV o lo Stato italiano?

La risposta è di una banalità sconcertante. Non potendo controbattere pubblicamente con valide argomentazioni le ragioni del movimento, lo si è volutamente criminalizzato. Non potendo convincere si è scelto di agire con la forza, per schiacciare il dissenso manu militari. Questa è la moderna democrazia che ci governa, una vera e propria democrazia totalitaria.

Noi in quelle due giornate fummo presi alla gola, aggrediti in maniera letale e ci siamo difesi.

Non lo neghiamo e non abbiamo paura di rivendicarlo.

Persino il codice riconosce la legittima difesa. Non credo abbia importanza – almeno sul principio – se chi offende veste una divisa e chi si difende no. Perché quel giorno, è evidente, la legalità non stava dalla parte di chi la difendeva.

E in cosa è consistita praticamente la nostra difesa di fronte ad un’aggressione chimica di tale portata? Nel gesto più semplice e naturale, quello di tirare dei sassi.

Quando andavo alle elementari ricordo che nel libro di testo vi era l’illustrazione di un ragazzino che scagliava un sasso contro dei soldati austriaci. E la didascalia ne parlava come di un eroe, autore di un gesto coraggioso che aveva innescato la sollevazione di tutta la città di Genova contro l’invasore. Era il Balilla. Solo più avanti scoprii che la sua figura era stata successivamente strumentalizzata in senso nazionalista dal fascismo. E ancora più avanti scoprii che molti altri sassi erano stati lanciati dalle folle in tumulto, come fece il popolo di Milano per chiedere il pane nel 1898, richiesta cui lo Stato sabaudo rispose con il cannone. Nella storia moderna i movimenti popolari hanno sempre usato questa forma di difesa, semplice spontanea diretta ed elementare.

Io sono fermamente convinto che siano stati proprio quei sassi – impugnati, in svariate lotte, dalle generazioni ribelli che ci hanno preceduto – a permettere alla società civile di progredire, a permettere l’affermazione e il riconoscimento di tutti quei diritti sociali e quelle libertà civili che ormai sono patrimonio comune acquisito. Diritti per la cui difesa e ampliamento dovranno essere gettati ancora tantissimi sassi.

Detto questo, mi auguro che ora la procura torinese non sequestri, per istigazione alla violenza, tutti i libri in cui compare l’immagine del ragazzino genovese.

Secondo il governo e le sue fonti informative di sicurezza il nostro movimento sarebbe ormai ostaggio di frange violente e la Val Susa sarebbe diventata una palestra per i violenti di tutta Europa. Come a dire che coloro che hanno tirato dei sassi, tagliato delle reti o gettato dei petardi nel cantiere sono altra cosa rispetto a coloro che per anni hanno animato il movimento NO TAV. E oltre a essere diversi, la maggior parte non sarebbe nemmeno composta da valsusini.

Nulla di più palesemente falso, perché in questa lotta tutti contribuiscono con le proprie capacità e possibilità. Non tutte le persone possono avere la prestanza fisica per arrampicarsi su per i sentieri, ma anche a chi resta indietro il cuore non cessa mai di battere all’unisono con tutti quelli che stanno tagliando le reti e sabotando i lavori.

E che il movimento abbia raccolto con simpatia la solidarietà di numerose persone che, anche con sacrificio personale, sono accorse in Val Susa a sostenere la nostra lotta è un dato di fatto. Se il 27 luglio – a difendere la Maddalena – eravamo per lo più piemontesi, il 3 luglio sono giunti da tutta la penisola per protestare contro l’aggressione subita, che da tutti era considerata un atto di forza ingiustificato e violento da parte dello Stato italiano. Se non vi fosse stato questo alto grado di coscienza collettiva non si sarebbe certo radunata tanta gente. La parola d’ordine “Assediamo il cantiere” e l’obiettivo di quel giorno, l’abbattimento delle recinzioni, erano stati ampiamente pubblicizzati e condivisi da tutti. Per questo le reti furono attaccate in punti diversi, non solo dalla strada ma anche dai boschi, per questo finita la manifestazione, la gente non se ne era andata ma era rimasta sul posto a incitare coloro che le buttavano giù.

E le forze dell’ordine ancora una volta sono ricorse alla guerra chimica, sparando migliaia di candelotti lacrimogeni, non solo su chi danneggiava le reti ma anche, proditoriamente, sugli inermi. E ancora una volta ci siamo difesi.

Fra noi non ci sono differenze. Noi siamo un’unica comunità resistente.

Si può resistere lanciando un sasso, sabotando le recinzioni e le attrezzature del cantiere, occupando un terreno, effettuando un blocco stradale, costruendo un presidio, intraprendendo un’azione legale, organizzando un dibattito o un volantinaggio e persino creando un gruppo di preghiera. E poi marciando tutti insieme.

Il nostro è un movimento che, per condivisione di idee e unità di popolo, è stato giustamente paragonato – anche se in altro contesto storico e con altri mezzi – a quello della resistenza al nazifascismo. Sì, perché in Val Susa lo Stato italiano sta pesantemente militarizzando il territorio, continuando a inviare truppe che sono percepite dalla popolazione alla stregua di un esercito invasore.

Più saremo attaccati, più ci mostreremo uniti. Un popolo, una lotta.

Per portare un esempio personale, io sono stato obiettore di coscienza e resto tuttora convinto antimilitarista. Mai avrei immaginato nella mia esistenza di marciare in corteo assieme agli alpini NO TAV e di ritrovarmi dopo a bere e a scherzare con loro. Questa è la magia del nostro movimento. Un movimento di popolo che supera ogni divergenza, rispetta ogni differenza, e si stringe come un pugno solidale abbracciando tutti quelli vi si ritrovano. Questo è il motivo per cui nessuno riesce a dividerci.

In questo processo si è parlato soprattutto di scontri, di agenti feriti, di manifestanti assetati di sangue. Chiunque abbia ascoltato le testimonianze degli agenti  che hanno deposto si è reso conto di come molti di loro si siano accidentati da soli, per imperizia della montagna, distorcendosi cadendo o addirittura respirando il loro stesso gas, che i sassi dei manifestanti ben poco potevano contro caschi scudi e le robuste protezioni delle divise, che la maggior parte ha continuato il servizio fino alla fine per poi marcare visita e accorgersi delle “ferite” solo in serata. Quasi tutti i referti medici riportano prognosi brevi poi gonfiate a posteriori con presunte complicazioni. Lo stesso carabiniere, l’unico che il 3 luglio ebbe un contatto diretto con i manifestanti, che ha dichiarato in quest’aula di essere stato massacrato di botte, ne è uscito con una prognosi esigua di 10 giorni, segno evidente che le percosse ricevute erano di lieve entità. Non così è accaduto a Fabiano Di Bernardino, NO TAV arrestato nella stessa giornata e poi pestato brutalmente all’interno del cantiere, riportando ulna radio e naso fratturati. Due pesi e due misure della stessa procura torinese, noi sul banco degli imputati, archiviazione per i massacratori in divisa.

Noi non siamo fautori dello scontro a tutti i costi. Lo abbiamo accettato per legittima difesa ma non lo cerchiamo. Quello che ci interessa, ci anima e ci appassiona sono i momenti costruttivi di crescita collettiva della nostra lotta. Quei momenti in cui la storia si interrompe – anche se per un tempo brevissimo – e si può pensare e viversi in un mondo diverso, in cui condividere valori e speranze.

E uno di questi momenti è stato la libera repubblica della Maddalena, che è stata una vera palestra, non di violenza ma di democrazia. Non della democrazia rappresentativa in cui si delega il potere ad altri che poi ne abuseranno a piacimento, ma della democrazia reale, quella in cui tutto un popolo si confronta, discute, decide e agisce in prima persona.

Noi siamo un movimento che si oppone alla costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità che consideriamo inutile costosa e nociva.

Nociva per l’ambiente, che verrà devastato in maniera irreversibile, e per la salute degli abitanti della Val Susa e di Torino, che saranno esposti per anni alla contaminazione di polveri d’amianto e persino radioattive.

Inutile perché tutte le più elementari previsioni di traffico lo prospettano ampiamente.

Costosa perché così vuole il sistema clientelare dei partiti che è alla base ogni grande opera nel nostro paese. Opere progettate per impinguare le casse di vari gruppi finanziari, di potenti lobbies di costruttori, di partiti politici e associazioni mafiose. La corruzione eletta a sistema. Costoro non hanno alcuna remora, per i propri miserabili tornaconti di bottega, a sottrarre sempre più risorse alla scuola, alla sanità, alla cultura, alle pensioni, alla salvaguardia del territorio e ai servizi per i cittadini.

Di tutto questo – cioè delle ragioni e delle motivazioni degli imputati – in questo processo non se ne è voluto parlare. Come se le nostre ragioni – che dei tecnici competenti avrebbero ampiamente illustrato – non fossero attinenti al processo.

E nemmeno di ‘ndrangheta si è voluto parlare. Nonostante i giornali riferissero dei rapporti tra questa organizzazione mafiosa e le ditte appaltatrici del cantiere TAV di Chiomonte, proprio di quell’Italcoge che ha la faccia tosta di costituirsi parte civile contro di noi.

Mentre noi venivamo denunciati, arrestati, vessati da misure cautelari sproporzionate, la mafia – dietro i reticolati – sotto la protezione delle forze dell’ordine e dell’esercito italiano, in tutta tranquillità faceva i suoi affari asfaltando le strade all’interno del cantiere.

Gli svariati tentativi dei nostri difensori di introdurre questi elementi all’interno del processo sono sempre stati rigettati dal tribunale come non pertinenti. Si è deciso di fare in fretta e di chiudere gli occhi.

Solo dibattendo su queste problematiche il tribunale avrebbe potuto avere un quadro esaustivo della posta in gioco, per entrambe le parti. Invece abbiamo assistito a un processo contro più di 50 oppositori del TAV in cui non si è discusso né del TAV né delle infiltrazioni mafiose che lo accompagnano.

Qui si è preferito dibattere solo sulle distorsioni e sui lividi riportati dagli agenti per poi presentare il conto in pene detentive e pecuniarie.

Io credo che sia impossibile giudicare qualsiasi fatto se lo si estrapola dal contesto in cui è maturato. La stessa azione che in una data circostanza può essere considerata riprovevole, all’inverso, può presentarsi virtuosa in altro contesto.

Comunque le nostre ragioni – anche se non in quest’aula – sono ormai all’attenzione di tutto il paese. Una sempre più ampia fascia di persone sta cominciando a comprendere i meccanismi della truffa ad alta velocità della linea ferroviaria Torino-Lione. L’opposizione sta lentamente montando in tutta la penisola, e anche in Francia.

Per noi lottare contro questa devastazione che lo Stato vuole imporre alla Val Susa è anche una questione morale.

Noi abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di opporci.

Non riconosciamo la regola che ogni decisione presa dalla maggioranza degli eletti sia indiscutibile e irrevocabile.

Pensiamo che i cittadini debbano intervenire direttamente su ogni problema che li riguarda.

Abbiamo indicato un nuovo modello di democrazia, in cui le minoranze hanno pari dignità delle maggioranze e non accettiamo diktat da parte dello Stato.

E non ci fermeremo, nonostante la procura torinese continui a depositare decine di denunce nei nostri confronti, ipotizzando reati spropositati persino per episodi penalmente irrilevanti. Giustizia a tempo pieno e ad alta velocità solo contro il movimento NO TAV, che nelle aule di tribunale – a dispetto dei tempi lunghi – gode di una specifica corsia preferenziale.

Non abbiamo paura.

Noi, a differenza dei sostenitori del TAV, non abbiamo interessi particolari da difendere, non siamo qui seduti sul banco degli accusati per esserci illecitamente appropriati di qualcosa per mero tornaconto personale. Quello che ci muove è solo un’idea di giustizia. Noi siamo animati da alti valori etici e sociali.

Coloro che in una determinata epoca storica sono ritenuti pericolosi delinquenti e come tali sono incriminati e sanzionati dalla legge possono diventare gli eroi di domani. Molti sovversivi che vennero condannati e patirono lunghe pene detentive durante gli anni bui del fascismo poi furono considerati i padri della repubblica, tanto che uno di loro ne è diventato persino il presidente. Lo stesso è accaduto a Nelson Mandela.

Il movimento NO TAV – sia nel caso di vittoria, sia di sconfitta – sarà comunque riconosciuto dalle generazioni future come un modello eroico di resistenza.

Per quanto ci riguarda, attendiamo il vostro verdetto senza timore, come sempre, con serenità e determinazione, con la coscienza e l’orgoglio di essere nel giusto. Perché le ragioni sono tutte dalla nostra parte.

Il movimento NO TAV sta scrivendo la storia di questo paese.

E la storia vi giudicherà.

Tobia Imperato

 

Dichiarazione di Bindi

 

Dichiarazione Alossa

 

Dichiarazione Ginetti