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Processo ai No Tav. L’omertà fatta Stato (e viceversa)

Il caso esemplare dell' agente che assiste da vicino al pestaggio di un fermato e non vede e non ricorda niente. La dichiarazione spontanea di Thomas Lussi messa agli atti.

di Fabrizio Salmoni

Chi stamattina è andato in aula bunker per il ai 53 No ha avuto l’occasione di assistere a una rara seduta di antropologia sociale. Protagonista, l’ex agente di Ps Gennaro Bozachiello. Il nome potrebbe direpol2 niente al lettore ma la sua faccia è sicuramente familiare a chi abbia visto e rivisto il video-shock girato il 3 Luglio 2011 dietro le linee di polizia in cui è documentato il fermo di un manifestante (oggi imputato) mentre viene duramente percosso da agenti di polizia e carabinieri del corpo Cacciatori di Calabria, quasi tutti travisati, con bastoni e calci mentre è a terra sanguinante. Bozachiello è l’agente di polizia ritratto in primo piano che assiste molto da vicino (1-2 metri) alla scena. Non è chiaro dalle immagini quanto vi partecipi (impugnava il manganello) ma si sa che sull’onda della pressione mediatica attivata dai valsusini, fu indagato dalla Procura per “omessa denuncia”, procedimento poi velocemente e silenziosamente archiviato senza che neanche gli avvocati potessero conoscerne le motivazioni.

Il Bozachiello, ora in pensione (55 anni), è stato oggi sentito come teste su richiesta delle difese degli imputati e ha dato luogo a una performance che meriterebbe più ampio spazio e diffusione per far sapere a quale personale di polizia è affidata la sicurezza dei cittadini e la di loro incolumità quando ci si trova nel posto e nel momento sbagliati. Pressato dall’avvocato Novaro, il teste ha esordito premettendo che non aveva visto quasi niente essendo in quei momenti  a bordo di un mezzo di servizio Discovery appena dentro la recinzione dell’area archeologica. Il resto della testimonianza è un unico “Non so” o “Non ricorgatto1do”: ha visto un gruppo di agenti che trascinavano un fermato con sangue alla bocca ma poi non ricorda in che condizioni era il fermato, nè riconosce alcuno dei suoi colleghi. Gli si mostra il filmato ma il risultato è analogo, pur comparendo ripreso da vicino: non ricorda se gli agenti che percuotevano il fermato fosssero travisati, ricorda vagamente che qualcuno aveva in mano bastoni (“…forse per camminare nei boschi…”). Anche la pm Pedrotta se la ride. Alla domanda se stesse impugnando il manganello (come si vede nel filmato) risponde “Non lo sto impugnando, ce l’ho in mano”.

L’avv. Novaro chiede che la Corte lo ammonisca sui rischi di una testimonianza reticente ma pm e l’avv. Ronfani (Ltf) si oppongono. Bozachiello non ha visto e non ricorda niente pur essendo a un metro di distanza da quelli che picchiavano (“Sono passati tre anni…”), non ha visto altri fermati, non sa dove fossero portati, non ha visto sul posto nè il dirigente della Digos Petronzi nè la vicequestore Lavezzaro. Chissà se farà mai a pugni con la sua coscienza.

Un altro caso esemplare di questo processo l’agente Bozachiello, che ha però confermato con la sua “testimonianza” quanto lo Stato, quando è asservito a interessi privati, possa fare dell’omertà una normalità.

Esattamente quanto espresso dall’imputato Thomas Lussi, poco dopo che Bozachiello era stato congedato, in una dichiarazione spontanea depositata agli atti: “…si è voluto tenere fuori le ragioni all’origine del processo stesso: le possibili infiltrazioni criminali negli appalti…,la mancanza di trasparenza nelle gare d’appalto e il disatteso controllo dei costi e delle spese…”. Fuori dall’aula, quattro Digos discutono animatamente fra loro e si sente uno dire: ” …guardate anche la Tav: è tutta mafia. Già quattro imprese sono state chiuse…”. Sembra che il messaggio stia passando. (F.S. 23.09.2014)

Dichiarazione di Thomas Lussi

Questa è la mia dichiarazione spontanea depositata in aula Bunker al Maxiprocesso per lo sgombero della “Libera Repubblica della Maddalena”.

L’invito è di divulgare dato che la nostra voce in aula non vale molto, facciamo che possano valere un pochino le parole scritte.

Thomas Lussi

Torino, lì 23 settembre 2014

Mi ritrovo qui ad essere accusato di danneggiamento ad una barriera, posta alla centrale elettrica di Chiomonte. Mi viene mossa la responsabilità individuale di averla danneggiata, senza che si sia valutato se queste barriere fossero state poste legalmente o se queste fossero invece un abuso da parte di qualcuno.

Io ero certo dell’illegittimità della messa in opera di quegli sbarramenti di Betafence, dato che si trovavano a quasi un chilometro dall’area di quel cantiere che noi contestavamo e contestiamo ancora oggi.

Sono stato citato ed identificato dal Capo della Digos di Torino, Giuseppe Petronzi, in questo processo. Sono stato riconosciuto come presente, il 27 giugno 2011, nei pressi della barricata eretta sul fianco dell’autostrada. La cosiddetta “barricata Stalingrado”. Quel giorno sono stato testimone di quanto già raccontato da altri testi, della violenza con cui le forze dell’ordine hanno messo in opera la demolizione delle nostre barriere e della pioggia di lacrimogeni che per almeno due ore ci sono stati lanciati addosso e sulla testa.

Proprio lì, alla barriera “Stalingrado” – su cui le persone continuavano e permanere, nel tentativo di impedire all’operaio di manovrare il mezzo meccanico, il quale invece di fermarsi ha cominciato e poi continuato il proprio lavoro mettendo a rischio l’incolumità mia e delle altre decine di persone posizionate sulla barricata – la minaccia di veder stringere la pinza sulle mie braccia è stata portata avanti più volte, fino al tentativo di raschiare il pavimento per tirare giù la struttura dal basso, nonostante la nostra presenza.

Dato che il permanere dei manifestanti non diminuiva, le forze di polizia hanno cominciato un primo lancio di lacrimogeni direttamente addosso alle persone. Io stesso sono stato colpito da due candelotti fuoriusciti da un razzo a frammentazione. L’ho visto partire, mirato alla mia persona, e solo l’esplosione della frammentazione, che lo ha separato ad un metro da me, mi ha evitato di essere bersaglio di un proiettile più pericoloso. Sono stato colpito quindi da due piccoli lacrimogeni uno al petto ed uno alla gamba. Se mi si fossero incastrati nelle pieghe degli abiti, avrebbero potuto infiammare i miei vestiti, cosa che ho visto accadere, proprio vicino a me, ad un altro ragazzo. La sua felpa ha preso fuoco, perché una di queste capsule gli si era infilata nel cappuccio.

I lacrimogeni ci hanno poi seguito fin sulla scarpata che saliva verso la Ramat, dove ancora per una ventina di minuti, da quando abbiamo cominciato a salire su per la montagna., sono stati lanciati tra le sterpaglie secche. E se avesse preso fuoco tutto?

Come NO TAV ho, anzi abbiamo, sempre dimostrato la nostra contrarietà a quest’opera. Abbiamo dichiarato sempre in anticipo la nostra intenzione di metterci di traverso per impedire il regolare svolgimento di questo scempio. Un danno da un punto di vista ambientale, economico e sociale.

Lo scempio sociale che questo progetto pone in essere, lo voglio sottolineare.

Perché in questi anni, con la crisi economica e la mancanza di lavoro, si è sempre sentito parlare di TAV come opportunità di occupazione. Questa è la motivazione, o la scusa, perciò i finanziamenti, per il cantiere di Chiomonte e per garantirne la sicurezza, non sono mai venuti a mancare.

Ma per fare questo lo Stato è stato costretto a tagliare i fondi a sanità, assistenza, ricerca ed educazione.

Abbiamo visto ospedali chiudere, scuole cadere a pezzi e piani di assistenza ai disabili soppressi per mancanza di fondi.

Siamo testimoni, tutti i giorni, di una “macelleria sociale” che vede negati i diritti acquisiti da malati ed anziani. Tutto questo per poter realizzare una linea ferroviaria ad alta velocità, che di certo sarà prerogativa solo di una ristretta minoranza che potrà, in un eventuale futuro, permettersi  i costi di accesso. La stessa minoranza che oggi si nutre di fumose ed inesplicabili certezze.

La spettacolarizzazione di questo processo ci pone nel ruolo di “NEMICI DELLO STATO”. Un ruolo che ci avete affibbiato, una parte scritta nel copione di questa teatrale messa in scena.

Nell’immaginario collettivo le istituzioni che hanno governato negli ultimi decenni, sono riuscite attraverso i media che controllano, a dipingere di cupi colori la nostra determinazione: prima eravamo nimby, poi eravamo una violenta minoranza antiprogressista, poi luddisti, nichilisti, e ora siamo diventati terroristi.

Un escalation di aggettivi via via sempre più terribili, accuse sempre più infamanti, ma oggi il fallimento di questa operazione è ormai sotto gli occhi di tutti.

La violenza per me è il fallimento della politica, è un fenomeno che in quanto tale ha delle cause, delle radici, e il compito della politica dovrebbe essere quello di capire, di promuovere il dialogo, di costruire le basi affinché ciò non avvenga.

Questo processo, come tutti i procedimenti in corso sulla questione TAV, non è altro  che la prova di questo fallimento.

Mi ritrovo dunque indagato per danni a cose, mentre quotidianamente subisco, insieme a centinaia se non migliaia di cittadini, questa “macelleria sociale” di cui parlavo precedentemente.

Non è anche questa una violenza ai danni delle famiglie, posta in essere da una struttura statale, che si è costituita come parte lesa in questo processo?

Più ministeri si sono costituiti parte civile in questo processo. Sono stati citati in quest’aula alcuni precedenti di questo tipo di costituzione di parte civile: la strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema e il crollo nell’invaso della diga del Vajont.

Credete che si possano paragonare quei fatti tragici a ciò che è accaduto nelle giornate del 27 giugno e del 3 luglio 2011?

O forse siamo sotto processo per le idee che continuiamo ad esprimere, per aver leso l’immagine del sistema Italia. Quel  sistema Italia fatto di tangenti.

Tutti i giorni siamo testimoni di come questa impalcatura di società stia scricchiolando. Cedimenti strutturali si notano quotidianamente nella scuola, nella sanità…

Sarà forse questo crollo, causato da politiche che perseguono solo il puro interesse economico e speculativo di pochi, a prevalere sul bene comune?

Più di un esperto e diversi docenti universitari hanno preso posizione, con dati scientifici e statistici molto dettagliati, dimostrando l’inutilità di quest’opera, la cui imposizione ci ha condotto in questa aula bunker, al pari dei peggiori criminali.

Mentre coloro che si dicono a favore hanno nutrito l’opinione pubblica solo con affermazioni strumentali sulla base di illusorie argomentazioni, dimostrando ampiamente di non avere fondamenti statistici e scientifici.

Io ho notato come il movimento NO TAV, nel corso degli anni abbia sempre mantenuto un dialogo aperto e trasparente, attraverso approfondimenti pubblici e convegni scientifici specifici. Ha aperto il confronto a tutti coloro che ne avessero la disponibilità, la curiosità e l’opportunità di partecipare. Cosa che non ho notato, invece nell’osservatorio governativo sul TAV Torino-Lione dove, per partecipare, le amministrazioni locali dovevano dichiararsi a priori a favore della realizzazione dell’opera.

La politica chiede a noi imputati di risarcire allo Stato i danni d’immagine. Danni d’immagine causati dalla nostra contrarietà a questo scempio. La stessa politica che non si è resa conto della propria incapacità al dialogo.

Questa politica non ha la volontà di riconoscere il fallimento e la propria incapacità di affrontare un dibattito pubblico. Quel dibattito che è venuto a mancare su questo, come su tanti altri argomenti che qui non sto ed elencare.

Un fallimento che ha mosso i primi passi più di 30 anni fa e che non sta rallentando il cammino neppure oggi.

In questo cupo scenario rimane in me, tuttavia, ancora una grande speranza.

In questo paese, sul nostro esempio, stanno germogliando migliaia di comitati, composti da cittadini che si riuniscono per discutere di quello che avviene nel proprio territorio, cittadini che controllano, cittadini che non si arrendono alla speculazione alla devastazione allo scempio quotidiano, cittadini che denunciano uno Stato che attraverso i  suoi rappresentanti istituzionali fa affari con la mafia.

Noi siamo qui sul banco degli imputati senza che ci venga riconosciuto il merito di aver impedito lo scempio del primo tracciato, quando nel 2005 riuscimmo a fermare un’opera che avrebbe prodotto una devastazione di proporzioni ancora maggiori delle previsioni attuali.

Siamo qui sul banco degli imputati, senza che ci venga riconosciuto di aver contribuito ad attirare l’attenzione della magistratura sulle infiltrazioni mafiose nelle grandi opere.

Siamo qui sul banco degli imputati senza  che ci venga riconosciuto il merito di aver costruito una speranza per il futuro di questo paese, finalmente liberato  dall’oppressione e dall’ingiustizia che lo ha contraddistinto negli ultimi decenni.

L’alta velocità è una disgrazia in ogni campo la si applichi, in politica, in economia ed in giustizia.

Affermo questo per i tempi che questo tribunale ha imposto nello svolgimento di questo procedimento, che si può definire ad alta velocità. Per non rallentarlo si è voluto tenere fuori le ragioni all’origine del processo stesso: le possibili infiltrazioni criminogene negli appalti dell’alta velocità, la mancanza di trasparenza nello svolgimento delle gare d’appalto e l’inatteso controllo dei costi e delle spese per lavori effettuati o meno. La mancanza di approfondimento non può portare altro che a danni enormi ed irreversibili.

Vorrei porre una domanda alla corte.

Se in futuro dovesse scoprirsi, come nei casi di EXPO 2015 e Mose, il caso TAV, verranno riabilitate tutte le persone processate per la loro contrarietà?

Le persone che oggi denunciano la mancanza di ordinarietà degli appalti e si oppongono, per l’inutilità di quest’opera, in ogni modo alla sua realizzazione.

Questa giustizia avrà cura di avviare procedimenti verso quegli appartenenti alle forze dell’ordine che, nell’anonimato della divisa, hanno adottato nei nostri confronti comportamenti criminali?

Ma, comunque vada, rimane in noi la consapevolezza di avere già vinto, poiché il cambiamento è già una realtà, un cambiamento che anche questa corte potrebbe aiutare a maturare, e che malgrado la repressione, le accuse infamanti a noi rivolte, malgrado la fatica e le crudeltà di cui siamo oggetto, malgrado l’indifferenza di coloro che pensano che la questione non gli riguardi, malgrado tutto… fermarci è impossibile.

Thomas Lussi