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Quando la protesta violò il tempio della giustizia

di Antonio Ginetti

A qualcuno potrà sembrare strano il comportamento della stampa, ma niente di più normale sotto il cielo d’Italia. I mezzi di “distrazione di massa” sanno come e cosa scrivere. Ma soprattutto sanno come non scrivere e soprattutto cosa non scrivere. Sanno benissimo come distrarre l’informazione vera verso notizie di cappella (leggasi: del cazzo). Venerdì 28 febbraio Torino è stata teatro di un fatto a cui la città, sorniona sotto la mole, mai aveva assistito. E non potendovi assistere, data la logistica del luogo ove si è svolto il fatto, ne avrebbe potuto e dovuto avere notizia, solo se appunto avessimo una stampa degna di tale nome.

Sto parlando dell’aula bunker delle Vallette. Aula costruita nei tempi che furono per svolgervi di ben altre levature. Aula che appunto riporta, nell’immaginario collettivo, a “ speciali”.
Dopo aver rimosso, con molto impegno di tempo e olio di gomito, ragnatele e polvere questo “sinistro luogo dell’immaginario” viene riaperto per ospitare un normalissimo (si fa per dire) processo a 53 imputati , colpevoli nientemeno che di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e facezie simili.
Nella mente perversa dei procuratori, trasmessagli dal loro ammaestratore Caselli in procinto di andarsene (non dal mondo, ma solo dalla magistratura) vi era il chiaro obiettivo di ammansire così i riottosi e mai sedati No Tav.
A questo dobbiamo aggiungere che si voleva sviluppare un processo “speciale” pur facendolo passare per normale. E in questo, ahinoi, ci stanno riuscendo; potendo anche contare su un giudice che tale non è, almeno nell’accezione del termine di arbitro super partes.
Ma… mai mente perversa riuscì a produrre l’inverso del proprio proponimento.

E fu così che anche nell’aula bunker delle Vallette arrivò la Resistenza.
Ho scomodato le cronache storiche, le memorie di molti processi ma non ho trovato niente che potesse avvicinarsi a quanto è accaduto venerdì 28 febbraio in quel bunker di cemento.
Una all’interno del tempio/simbolo della giustizia!
Proprio così: i No Tav, indomiti e sempre resistenti, imputati e solidali uniti oltre la barriera vitrea, hanno dato vita e corpo a una vera e propria manifestazione.
Dopo la lettura di un comunicato contro cui nulla hanno potuto i procuratori, i No Tav, che tutto si considerano ma mai imputati di alcunché, si sono uniti ai solidali e per un buon 15 minuti hanno tenuto il bunker inondandolo di slogan, della nostra rabbia, della nostra solidarietà per Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. LA VALSUSA PAURA NON NE HA! GIU’ LE MANI DALLA VALSUSA!
I carabinieri nulla hanno potuto se non assistere in mesto silenzio.
Siamo usciti gridando: ORA E SEMPRE RESISTENZA. Come promessa di quello che sarà questo e tutti i processi contro il Movimento No Tav. Come grido di battaglia di ciò che è e sarà il Movimento No Tav.
Siamo usciti perché, come avevamo scritto (e letto): “ce ne andiamo in Val Clarea, luogo simbolo della nostra resistenza alla devastazione della Val Susa”.

In val Clarea. Raggiunta in 500 No Tav dietro lo striscione per la Libertà dei quattro assurdamente e perversamente accusati di “terrorismo”; lo stesso che aveva aperto il corteo torinese di sabato 22.
In val Clarea con un limite che ci si era imposto: il ponticino, non oltre.
Impegno inutile di un 300 puffi blu con corredo di digos a rimorchio.
Ma questa è la demokrazia, sorry!

Tutto tranquillo! Ma certo che no! Non poteva e non doveva.
Ed allora una carica. Quale carica? Non più di 20/30 secondi di tensione, quattro manganellate (che non possono mancare mai! raccomandava il Caselli) che certo hanno fatto male, ma nulla più.

Ferma la macchina da presa. Stop!

Una manifestazione dentro il tempio della giustizia, l’aula bunker. Un attimo di attrito, ma meglio sarebbe dire di eccitazione di tre puffi blu un po’ troppo carichi di sostanze. Come dire aver scalato l’Everest e dopo una riposante salita sul Musinè.
Ma tanto è bastato ai disinformatori di professione per non parlare di quanto accaduto in quel delle Vallette.

Ma a me preme affermare e intendo ribadirlo e urlarlo: MAI SI PORTO’ LA PROTESTA DENTRO TEMPIO DELLA GIUSTIZIA!
E quel che mai fu, divenne realtà in un piovigginoso 28 febbraio dell’anno 21 della Lotta No Tav.
E i signori (!) della Procura, e i loro camerieri detti giudici sono ben avvisati: non vi è luogo, non vi è costrizione, non vi è arroganza, non vi sono catene che possano fermare i No Tav.
Resisteremo un minuto di più.

Antonio Ginetti
3 marzo 2014