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Quel vizietto delle firme false dei partiti

Il vizietto delle firme false è diventato normalità nelle elezioni piemontesi. Una classe politica allergica alle regole democratiche pagata da noi.

di Bruno Garrone.

In Piemonte non è stata sufficiente la lezione della caduta a causa delle raccolte durante la campagna elettorale. Il vizietto delle firme false, diventata una vera e propria attività politica sopra tutto da quando leggi elettorali farlocche consentono il proliferare indiscriminato di liste e listarelle di appoggio a una big principale. Con questo sistema i “partiti di regime” si sono assicurati una qual certa stabilità raccattando voti da soggetti che hanno la consistenza politica di una cozza avariata, ma il cumulo dei pezzi di militi finisce per formare un piatto completo; anche se indigesto. Cota cadde sull’onda lunga delle indagini che coinvolsero liste minori per le quali la raccolta firme risultò irregolare.

Stessa sorte sembra toccare oggi alla Giunta che è sotto accusa per lo stesso motivo. La sentenza del Tar del luglio ha respinto i ricorsi  sul listino e sulla lista democratica di Cuneo e disposta la prova di resistenza per la sola formazione Pd di Torino (il che significa che se anche alcune liste minori fossero irregolari il risultato delle votazioni non cambierebbe). Le indagini sulle irregolarità sono iniziate dopo l’esposto presentato dall’esponente della Patrizia Borgarello (chi di firme ferisce… di firme perisce) la quale ha deciso di ritirare la querela di falso presso il Tribunale Civile.

Mossa strategica o di convenienza politica? Il ricorso al Consiglio di Stato dell’avvocato Francesco Saverio Marini per la Lega Nord indica la volontà del Carroccio di proseguire la battaglia giudiziaria. Secondo l’avvocato essendo stati provati molti sospetti di falsità sulle firme presentate, il Tar avrebbe dovuto ricontrollare tutti i moduli delle firme e non solo quelli presentati a titolo esemplificativo. Il Tar avrebbe dovuto verificare insomma quante sono effettivamente le firme valide.

Ovviamente di parere contrario la difesa del affidata al professor Vittorio Barroso. La decisione del Consiglio di Stato, il 19 gennaio prossimo, potrebbe però rimettere tutto in discussione e la posizione della Giunta Chiamparino potrebbe diventare molto precaria.

In questo gioco tra i partiti dove il “bue” dice “cornuto” all’asino, l’unica evidenza certa è l’allergia dell’attuale classe politica alle regole democratiche e gli ampi margini di possibili irregolarità che offrono le leggi pasticciate sui sistemi elettorali volute da questa stessa classe politica con  il solo scopo di favorire il proprio tornaconto e non l’interesse dei cittadini che avrebbero il diritto di votare entro i confini di un sistema non equivoco e con regole inderogabili.

A difesa di questo principio interviene il nella vicenda, ricordando che la difesa della Giunta Chiamparino viene pagata dai cittadini piemontesi come era accaduto per la Giunta Cota. Loro fanno i pasticci e altri pagano. La differenza è che quando fu il caso di Cota il centro sinistra insorse sostenendo che il governatore avrebbe dovuto pagarsi gli avvocati di tasca sua, mentre ora che i pasticci sono del centro sinistra il criterio non vale più. Questo sostengono i pentastellati in Regione che hanno sempre mantenuto la stessa linea nei confronti delle due giunte. Replica all’accusa il vicepresidente Aldo Reschigna che rimarca come venga utilizzato personale interno e non professionisti esterni come fece Roberto Cota.

Giustificazione più che consistente in quanto  è noto a tutti che gli “avvocati” interni alla Regione vengono pagati con i soldi del Monopoli e non con gli euro versati dai contribuenti con le numerose tasse imposte.

(B.G. 08.10.15)