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Reddito di Cittadinanza & Universale quesiti e polemiche

Molte sono le critiche che accompagnano il Reddito di Cittadinanza, e c'è chi ne chiede addirittura uno universale. Qualche riflessione in merito oltre le strumentalizzazioni ideologiche.

di Davide Amerio

e ; recentemente ho guardato una parte della trasmissione Report, che ha trattato l’argomento, e in questi giorni ho avuto modo di leggere, e ascoltare, critiche sul RdC, da poco diventato Legge dello Stato. Ci sono certamente dei problemi, ma ho come l’impressione che il criticismo – e la strumentalizzazione politica, – prevalgano sul capire il senso di una iniziativa come questa.

Iniziamo dal RdC. Alcuni lo definiscono un flop, perché, a quanto dicono i numeri, le richieste presentate non corrispondono a quella fiumana di code agli sportelli che era stata annunciata; non già dai proponenti, bensì dalla stampa e dai detrattori. Ma per giudicare sui numeri, è anche necessario valutare come essi vengono computati.

Le differenze, tra le richieste attese e quelle in corso, potrebbero avere diverse spiegazioni: un errore nel calcolo del numero dei beneficiari; un senso di diffidenza (o vergogna) nel chiederlo; un senso di sfiducia (alimentato da una campagna mediatica che, strumentalmente, ha denigrato l’iniziativa, additando i richiedenti come “poltronisti”). Quale ne sia la ragione, non abbiamo strumenti per dare una risposta certa, solo possibili illazioni.

Ciò non toglie che, se anche il numero dei richiedenti fosse diverso da quello atteso, la misura non risulti utile per un numero significativo di persone che si trovano in difficoltà. Le norme per usufruire del beneficio sono oggi piuttosto stringenti, e certamente non coprono ancora tutta la fascia delle persone che ne avrebbero bisogno.

Il RdC non è certo criticabile per questo aspetto; ricordando che i governi precedenti hanno riversato “a pioggia” denaro con mera finalità elettoralistica, come gli 80 euro di Renzi, e i bonus da 500 euro agli insegnanti e ai diciottenni. Su queste misure nessun controllo di adeguatezza sul loro utilizzo è stato previsto.

I centri per l’impiego. Qui l’argomento è spinoso, ma chiaro. Proprio la trasmissione di Report ha ricordato i passaggi di competenza (a ping pong) tra Regioni e Provincie, negli ultimi anni, con il risultato che questi centri versano in difficoltà estrema, e sono poco efficienti nello svolgere la loro mansione. Non dimentichiamo l’origine, sempre politica, di questa criticità, compreso il fallimento delle de-evoluzione costituzionale voluta da Renzi, e per fortuna fallita.

Certamente, in questi anni, si sono privilegiati i centri privati (in capo a multinazionali) che, in concorrenza tra di loro, privilegiano l’obiettivo del profitto piuttosto alla cura del lavoratore.

L’obiettivo di rafforzare i CpI ha già trovato molti ostacoli. La figura del “tutor” o “navigator” non è stata così ben accolta dagli operatori dei centri, ed è stata ridimensionata.

La diatriba si è spostata sul discorso della precarietà delle assunzioni che coinvolge: i futuri “navigator” (assunti con contratto biennale, in quanto il sistema è un esperimento), gli impiegati attuali dei centri per l’impiego (che attendono da anni una stabilizzazione), e i futuri collocati. Ma la precarietà è una criticità non certamente attribuibile a questo governo, e riguarda un contesto del “mondo del ” di cui parlerò poco oltre.

Possiamo però inficiare la bontà del principio del Reddito, indirizzato nel dare un sostegno economico, una riqualificazione professionale, e una collocazione lavorativa, solo perché il sistema che abbiamo di fronte, grazie all’imperizia della politica degli ultimi 30 anni, è complesso e inefficiente?

Non potrebbe essere questa l’occasione per invertire la rotta e riportare i CpI al ruolo che meritano?

La parlamentare Jessica Costanzo (), in un recente intervento, ha segnalato il tentativo, da parte dei centri di collocamento privati, di utilizzare i Tutor per discriminare il livello di “collocabilità” dei candidati richiedenti un impiego. Quelli migliori (più facilmente impiegabili) li avrebbe presi in carico il privato, gli altri sarebbero rimasti in carico ai centri per l’impiego. Non credo ci sia da aggiungere altro in merito!

Dietro tutti questi aspetti tecnici e organizzativi, resta l’incognita più inquietante: esistono posti a sufficienza per tutti? Ovvero: il sistema produttivo è in grado di assorbire la disoccupazione? Possiamo davvero ancora pensare di perseguire la “piena occupazione”? Come passare dalla logica del “posto di lavoro” a quella di “opportunità di lavoro”?

Queste domande aprono un altro scenario, e mettono in gioco l’altra idea, che si sta diffondendo anche in America, del Reddito di Base Universale. Dirigenti di grandi aziende americane (tra cui Google, Facebook, Tesla), sollecitano la necessità di questo tipo di reddito, in quanto, secondo anche il parere di numerosi studiosi di intelligenza artificiale, l’evoluzione rapida e continua dei sistemi tecnologici condurrà a una repentina, e inesorabile, sostituzione delle persone in molte attività, che verranno svolte da macchine.

Il tasso di disoccupazione è, in quest’ottica, destinato a crescere in una misura mai vista prima nella storia del sistema economico; e questo mutamento è possibile avvenga nell’arco dei prossimi 30 anni. Da tempo gli studiosi di A.I. segnalano questa questione; lo sviluppo degli algoritmi, del Machine Learning, e del Data Mining, conduce verso l’automazione sempre più avanzata al punto in cui l’attività umana manuale (e non solo)  diventa superflua, così come è avvenuto per i cavalli, dopo la scoperta del motore (prima a vapore e poi a scoppio).

Il Reddito Universale dovrebbe, secondo alcuni, controbilanciare questa inevitabile onda di sviluppo tecnologico, destinato a sconvolgere le nostre vite. Altri criticano questa impostazione, indicando come questa soluzione sia chiesta dai big dell’industria solamente per far in modo che la gente abbia soldi a disposizione per continuare a comprare i loro prodotti. Si tratterebbe quindi di una pura ottica consumistica.

La questione non è però secondaria. Come conciliare il “libero mercato” (incontro tra domanda e offerta), se gli acquirenti si riducono a seguito dell’assenza di totale o insufficiente remunerazione? Un problema che abbiamo già oggi in atto, e sappiamo bene i problemi generati dalla carenza di domanda interna.

Ma se la remunerazione consegue dal lavoro, e questo sparisce, o si riduce sensibilmente, o diventa talmente specializzato tale per cui non è possibile a tutti accedervi, che si fa?

Ciò pone un’altra questione da dirimere: il lavoro, che siamo stati abituati a considerare come fondamento della dignità umana, dai tempi delle civiltà agricole sino a quella industriale, può ancora essere considerato tale? Ovvero, può la vita di un umano continuare a essere qualificata solamente da un lavoro che ne assorbe completamente l’esistenza (in termini di ore impiegate e di sforzo profuso)?

Il Prof. Nino Galloni, nel suo ultimo libro (L’inganno e la Sfida), illustra la differenza tra la società capitalistica (che nel corso del secolo scorso ha generato benessere diffuso), e quella post-capitalistica.  Nella società capitalistica tradizionale il capitalista agisce in favore della produzione materiale, e accetta le regole del mercato; in questa situazione egli sa che il profitto può essere positivo, ma anche pari a zero.

Nella società post capitalistica, il profitto viene definito a priori, perché è possibile impiegare i capitali in attività alternative – finanziarie,- avulse dal sistema produttivo: la scelta dell’impiego è quindi determinata dal saggio di profitto minimo che si vuole ottenere. Se il capitalista decide di optare per un investimento materiale (aziendale), piuttosto che mobiliare (finanziario), non intende certo rinunciare al saggio di profitto atteso. Di conseguenza la pressione (per ridurre i costi) ricade sul lavoro e sulle retribuzioni, producendo precarietà, diminuzione di stipendi e salari, e disoccupazione.

Ne consegue che un simile sistema post-capitalistico, che trova la sua massima espressione nell’ordo-liberalismo e nel neo-liberismo, distrugge qualsiasi principio di equità e di benessere sociale, creando terreno fertile per pericolosi conflitti sociali. Aumenta la forbice tra i ricchi e tutti gli altri; distrugge le classi medie, e la possibilità di crescita sociale degli individui: se nasci ricco, avrai opportunità per rimanere tale, se nasci povero, rimarrai tale.

Venti anni or sono, nel dibattito politico, si parlava della diminuzione degli orari di lavoro, affinché le persone avessero a disposizione maggior tempo da dedicare alla propria vita, alla famiglia, a migliorare la qualità della propria esistenza.

Oggi la globalizzazione ci ha reso tutti (e sottolineo tutti), precari, incerti e insicuri (anche quelli che credono di essere esclusi da questo processo perché lavorano e godono di un certo benessere).

Impossibilitati a progettare il futuro, specialmente in Italia, ne consegue la fuga dei giovani, dei “cervelli” e di quanti cercano almeno un posto che offra opportunità, stabilità, e prospettive per il futuro.

Queste “fughe” hanno un costo per la collettività enorme, e regalano agli altri paesi vantaggi competitivi.

E’ quindi necessaria una rivoluzione culturale, in ogni senso, che reimposti i nostri sistemi economici, le nostre prospettive, le priorità dei nostri valori.  Nuove idee per tornare a immaginare una società più equa e a misura delle persone, dove l’esistenza abbia un valore oltre il lavoro.

Ecco, se il Reddito di Cittadinanza ha un pregio, pur con tutti i suoi limiti e le contraddizioni, è quello di indirizzarci verso questa direzione.

(D.A. 22.04.19) già publlicato siìu Scenarieconomici.it