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Regolamenti versus Responsabilità, le ignorate differenze di applicazione

I Regolamenti sono una parte importante della vita in comunità; non meno però lo è la responsabilità sui criteri con i quali si applicano alla realtà

Contributo di Antonio Alei.

Dato il diffondersi generalizzato di interpretazioni “distorte” (ad usum delphini) delle norme e delle oggettive e soggettive, ritengo che sia quanto mai opportuno fare un po’ di luce sull’argomento “”. La diga del Vajont venne costruita con tutti i crismi della sana progettazione strutturale, tant’è che 50 anni dopo la tragedia è ancora lì, intatta, a testimoniare l’imbecillità irresponsabile dell’umano consesso.

Nella sua realizzazione sono stati rispettati tutti i regolamenti e le norme vigenti nel campo della costruzione delle dighe ad “arco” in cemento armato.
“Peccato” che nei regolamenti non era prescritto di verificare se il livello dell’acqua all’interno dell’invaso avesse potuto provocare nel tempo lo scivolamento nel bacino di parti soggette a movimenti franosi.
Questo è stato volutamente ignorato, la diga ha resistito all’onda d’urto del monte Toc (come da progetto e regolamento), “peccato” che siano morte 1.917 persone nel giro di pochi minuti.
I responsabili (o irresponsabili, se preferite), grazie al regolamento, se la sono cavata con poco più di una tirata d’orecchio!

Quando Hitler invase la Polonia nel 1939, l’esercito polacco fu messo presto in crisi dalle armate corazzate (Panzer) tedesche. In queste evenienze, il regolamento militare prevedeva l’uso dell’arma risolutiva contro una situazione tatticamente sfavorevole sul campo di battaglia. Quest’arma, per i polacchi, erano le splendide brigate di cavalleria pesante che costituivano il nerbo dell’esercito. Ebbene, grazie a regolamenti redatti 50 anni prima dell’invenzione del carro armato, interi reggimenti montati a cavallo furono annientati gettandoli, lancia in resta, contro le spesse corazze dei carri tedeschi. Nessuno si era premunito di avvisare il cavaliere polacco che la sua lunga lancia con punta d’acciaio era perfettamente inutile contro la corazza e l’armamento di un moderno carro armato, in grado di annientarlo da 2 km di distanza! Ovviamente, in base ai regolamenti, nessun generale polacco è stato sottoposto a corte marziale per tentata (e riuscita) strage! A fare in un certo qual senso giustizia, postuma e macabra, ci hanno pensato i gerarchi della G.R.U. (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie o Direttorato Principale per l’Informazione – la polizia segreta militare dell’Armata Rossa Sovietica) quando a Katin (noto come eccidio delle fosse di Katin) sterminarono quasi tutti gli ufficiali dell’esercito polacco rei, da regolamento, di “revisionismo antibolscevico”.

“L’intervento è perfettamente riuscito, ma il paziente è morto”. Quante volte abbiano inteso questa sorta di litania!

La sala operatoria, in base ai regolamenti, era perfetta. E’ stato tutto sterilizzato, c’erano tutte le attrezzature necessarie, erano presenti il chirurgo, l’anestesista, l’equipe di rianimazione, il ferrista, gli infermieri. Solo che nel regolamento non c’era scritto, piccolo lapsus, di verificare, prima dell’intervento, quale fosse la parte del paziente su cui intervenire. Così, anziché asportare d’urgenza una appendice perforata con rischio di peritonite, il chirurgo aveva amputato la gamba destra, perfettamente sana.

Sempre in base ai regolamenti, nessuna responsabilità perseguibile.

Ecco, questi sopra sono alcuni degli eccessi cui porta l’applicazione pedissequa e “irresponsabile” dei regolamenti. Con la rincorsa affannosa al regolamento, viene a mancare la parte critica e il buon senso.

Diventiamo tutti dei formalisti manichei e “irresponsabili” (o, se preferite, de-responsabilizzati).

Il regolamento oggi viene adottato e agognato per mascherare le nostre responsabilità. Nessuno ha più il coraggio di mettere “le palle” in gioco e di rischiare sulla propria pelle. Tutti ci rifugiamo dietro la foglia di fico delle famose frasi: “ma il regolamento non lo prevedeva”, “la norma non lo contemplava”, “che colpa ne ho?”.

Qui le cose sono due: o cambiamo il nostro comportamento, assumendoci in toto le ricadute delle nostre azioni, oppure la realtà dei fatti farà finalmente giustizia, o meglio, regolerà (come già avvenuto a Vajont e Katin) i conti con i regolamenti.