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Renzi al comando della corazzata Kotiomkin

In Parlamento è scontro sulle riforme: su Italicum e Senato si gioca la partita della trasformazione della democrazia in una becera dittatura. Con la complicità dei media di regime e la disattenzione vacanziera degli Italiani si smontano a picconate le colonne della Costituzione Italiana

di Davide Amerio

« Per me… La corazzata Kotiomkin… è una cagata pazzesca! » e furono 92 minuti di applausi, dopo un boato da stadio, per il ragioniere Ugo Fantozzi.

Ci vorrebbe un ragioniere così che dalle luccicanti scrivanie dei telegiornali della Rai invece di leggere le veline celebrative del neo riformismo renziano scioccasse gli ascoltatori con una dichiarazione del tipo: “ La riforma del Senato e della Legge elettorale di Matteo Renzi sono una boiata pazzesca!”.

Dopo lo smarrimento, la perplessità, la chiusura delle bocche rimaste spalancate con la forchettata di spaghetti a mezz’aria e l’aver compreso che non si tratta di uno spettacolo comico ma proprio del TG nazionale, avremmo finalmente l’attenzione che meritano le pericolosissime che occupano in queste giorni il dibattito parlamentare.

Matteo incarna, ancora una volta, quel mito dell’uomo del ‘fare’ che tanto piace a molti Italiani. La parola ‘riforme’ assume sempre un valore positivo a priori; colpisce e suscita ammirazione e, con la complicità di una informazione servile, nessuno sembra avvertire la necessità di comprendere quale sia il reale contenuto, – e le effettive conseguenze,- del riformismo in atto.

Dalle città Metropolitane, alla trasformazione del passando per la riforma elettorale (Italicum) e la modifica del titolo V della (già mal modificato in precedenza), è in atto la creazione di un percorso che viene oramai denominato ‘Democrazia autoritaria‘ e che, se attuato, si risolverà nella totale distruzione degli equilibri democratici creati nella nostra carta costituzionale.

Dell’allergia di Renzi (ma non solo sua) per i contrappesi che fungono da controllo in una democrazia liberale ne parlano da tempo noti costituzionalisti.

Il fulcro degli interventi ruota attorno alla modifica del Senato. Dalla promessa della sua abolizione si è giunti a una formulazione di una seconda Camera dei ‘nominati’: sarà composto da 95 componenti eletti dai Consigli Regionali, più cinque nominati dal Capo dello Stato e che resteranno in carica per 7 anni.

Come sottolineano i critici questo modello ha delle conseguenze ben precise:

  1. Gli elettori vengono esautorati del loro potere democratico di eleggere dei rappresentanti

  2. Di fatto i costi che si sarebbero voluti risparmiare con l’abolizione restano in piedi in quanto tutta la struttura del Senato continua a esistere

  3. L’elezione da parte dei Consigli Regionali è soggetta alle maggioranze presenti nello stesso ed essendo queste elezioni distribuite in modo disomogeneo nel tempo (non tutte le Regioni vanno al voto nello stesso momento) si avrà un rimpasto continuo di Senatori con creazione di continue nuove ‘maggioranze’ all’interno del Senato; sempre senza la consultazione popolare!

  4. Attualmente chi opera seriamente all’interno di un Consiglio Regionale sa bene quanto tempo richieda un impiego di questo tipo. Non diversamente accade se uno opera come Senatore della Repubblica. Con quale livello di efficienza un consigliere regionale possa fare entrambi i mestieri in modo part time resta sconosciuto e al soldo della fantasia dei novelli riformisti

Lo scopo di mettere mano in questi termini alla seconda camera del Parlamento si cela dietro l’ipocrita iniziativa di superare il bicameralismo perfetto cui vengono attribuite le lentezze della politica. Come osservato da molti commentatori ciò risulta chiaramente falso: quando si tratta di approvare leggi che favoriscono la difesa degli interessi della casta (prescrizioni, immunità, eccetera) il lavoro delle due Camere è rapido ed efficiente (20 giorni per l’approvazione delle legge Alfano); quando l’iter riguarda leggi che non si vogliono approvare (per esempio sul conflitto di interessi) i tempi si allungano e superano i 1000 giorni.

logo_senatoLa modifica del Senato in questi termini consente alla maggioranza di agire indisturbata sull’elezione del Presidente della Repubblica, su quella della Corte Costituzionale e sul CSM.

In termini legislativi le funzioni della seconda Camera diventano puramente formali e non avranno nessuna influenza sul controllo di quanto approvato dal Parlamento. Se oggi è possibile correggere alcuni leggi con il contributo della seconda lettura parlamentare, domani ciò che stabilirà il della maggioranza, – il quale godrà presumibilmente di una maggioranza ‘bulgara’ grazie alla legge elettorale ‘Italicum’, – sarà insindacabile.

Spiega Aldo Giannuli:

la norma, per cui il parere del Senato sarà sostanzialmente ininfluente sulla legislazione ordinaria, lo definisce come un ente inutile che la Camera ignorerà sistematicamente: anche la maggioranza assoluta richiesta per respingere le richieste di revisione su leggi di interesse del rapporto Stato-regioni non è un limite reale alla volontà della Camera, perché è piuttosto difficile che una legge sia passata senza una precedente maggioranza assoluta e, comunque, la composizione maggioritaria dell’organo (con 354 seggi in mano alla maggioranza di governo) mette al sicuro da ripensamenti di sorta.

Quello che, invece, definisce come dannoso questo nuovo Senato è la piena potestà legislativa sulle riforme costituzionali e le leggi costituzionali. In concreto, se la maggioranza del Senato (cioè dei consigli regionali) sarà dello stesso colore di quella della Camera, farà passare tutto senza fiatare, se, al contrario, prevarrà il colore opposto, realisticamente assisteremo ad un braccio di ferro ostruzionistico fra un contendente con legittimazione di primo grado e l’altro di secondo.
In questo quadro, un peso notevole lo avranno i 5 senatori di nomina presidenziale che, sin qui rappresentavano l’1,5% dell’assemblea, mentre nel nuovo Senato peseranno per il 5,2%, che non è poco. Non ci vuole la zingara per indovinare che le nomine presidenziali dei senatori saranno sempre più “
politicizzate” e monocolori, determinando la nascita di un piccolo “partito del Presidente” istituzionalmente tale.

L’intervento e la partecipazione dei cittadini alle funzioni democratiche vengono ulteriormente impediti e complicati:

Cambia anche la norma sui Referendum per i quali si richiedono 800.000 firme, con un parere preventivo di ammissibilità, pronunciato dalla Corte Costituzionale dopo le prime 400.000 firme. Poco chiara la norma per la quale i quesiti pur potendo riguardare intere leggi o loro singole parti, dovranno avere “un valore normativo autonomo”.

Per le proposte di legge di iniziativa popolare le firme necessarie salgono da 50.000 a 250.000, ma i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame.

In modo subdolo il riformismo renziano crea i presupposti per modificare gli assetti di potere nel caso dell’elezione del Presidente della Repubblica. Qui l’analisi si fa molto ‘tecnica’ e non certo alla portata immediata dei cittadini cui viene negata ogni spiegazione utile sulle conseguenze delle riforme.

Ancora Giannuli :

Nel nuovo Parlamento in seduta comune, che in totale conterebbe 725 membri (non ci sarebbero più i 58 rappresentanti delle regioni ed i senatori sarebbero fortemente ridotti) la maggioranza sarebbe di 363 voti; considerando che con l’Italicum la coalizione di maggioranza disporrebbe già di 354 seggi alla Camera, questo significa che, con il voto di 9 senatori su 95, potrebbe eleggersi il Presidente da sola (e con questo acquisirebbe ulteriori 5 voti nel Senato). Ovviamente, a condizione che il gruppo parlamentare di maggioranza resti compatto e non si decomponga come è successo al Pd nel 2013. Dunque, l’elezione del Presidente sarebbe decisa sostanzialmente da una maggioranza che, con ogni probabilità, rappresenterebbe solo una minoranza degli elettori. Ancora peggio per quel che riguarda i giudici costituzionali, dove, sulla carta, ad una maggioranza di governo d’accordo con il Presidente, basterebbero solo 4 senatori per prendersi tutti i 5 giudici, che andrebbero ad affiancarsi ai 5 di nomina presidenziale. E con 10 giudici bloccati su 15, facciamo dire alla Costituzione tutto quello che ci piace.

C’è di che preoccuparsi …