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Rivoluzione senza rivoluzionari

Il flop della seconda ondata dei forconi: dalle piazze gremite del dicembre scorso ai quattro gatti del 10 gennaio di fronte alle Prefetture

di Davide Amerio

Anche questa volta ci siamo persi la “rivoluzione” cammin facendo. Senza volersi sostituire agli storici e ai sociologi per indagare a fondo il come e il perché delle rivoluzioni mancate in questo paese, da semplici cittadini sarà utile fare qualche riflessione in merito.

Da tempo la rivoluzione viene invocata ed evocata: da alcuni come unica via per modificare in modo drastico e definitivo un paese che galleggia alla deriva morale ed economica; da altri come spettro delle più becere e populiste passioni assetate di vendetta sociale.

Lo scorso dicembre la discesa nelle piazze da parte di molte persone neofite alle manifestazioni pubbliche faceva quasi sperare in un sussulto di orgoglio nazionale, in un inizio propiziatore di cambiamento, una epifania di rinnovata coscienza sociale.

La debacle di oggi è, a ben vedere, la naturale conseguenza dei difetti e dei limiti di quella manifestazione iniziale: assenza di un progetto politico; dubbi leciti sulla credibilità di buona parte degli organizzatori; confusione sugli scopi finali.

Ciascuno aderì riversando il personale disagio e le proprie frustrazioni: il giovane disoccupato sfinito dalla ricerca di un lavoro che non esiste più; il commerciante o professionista in lotta perenne per non farsi sottrarre, da uno stato ingordo, il 70% di ciò che fattura; i cinquantenni espulsi dal sistema produttivo diventati fantasmi che possono solo più concedersi lavori saltuari in nero in attesa di una pensione che non vedranno mai; gli immancabili pensionati destinati alla pura sopravvivenza in attesa di riposare per grazia della pace eterna.

Un errore è continuare a pensare, da parte di molti sostenitori della rivolta dura, che l’Italia sia ormai solo più questa: non è così. Un conto è la povertà assoluta, dove davvero la miseria attanaglia persone e famiglie cui manca il “pane quotidiano”. Un altro è la povertà relativa di chi sente diminuire ogni giorno la propria libertà di fare, scegliere, consumare ciò che gli aggrada ma può ancora illudersi di non diventare come quegli altri. Poi ci sono coloro cui va abbastanza bene perché hanno un lavoro di nicchia che regge alla crisi e consente loro di continuare a vivere decorosamente. Infine ci sono i ricchi che diventano ancora più ricchi grazie alle speculazioni finanziarie e alle amicizie politiche.

In questo mondo eterogeneo dove sono i rivoluzionari? Perché per fare una rivoluzione ci vorranno ben costoro… o no?

Ma, soprattutto, è la rivoluzione barricadiera l’unica soluzione percorribile? Può questa unire soggetti così diversi per situazione, cultura, aspirazioni?

L’Italiano non ama le rivoluzioni. Venti anni di fascismo, quarant’anni di egemonia democristiana, una decina di triumvirato CAF (Craxi, Andreotti, Fanfani), venti anni di berlusconismo (ancora ben vivente), non appartengono ad un popolo che abbia vocazione rivoluzionaria.

Nemmeno i secoli bui imposti dalla Santa Inquisizione, la Controriforma, la scuola dell’obbedienza (come scrive Ermanno Rea) per azzerare i lumi del Rinascimento, fanno degli Italiani un popolo preposto a gesti forti di rivolta sociale.

Eppure una “rivoluzione” sarà necessaria per cambiare lo stato delle cose. Perché ciò avvenga è quanto mai imprescindibile una presa di coscienza dei vizi italiani in ambito politico. Non mi riferisco alle malefatte, ruberie e simili, non si può certo attendere un cambiamento da una classe politica avvezza al malaffare e che si ritiene al di sopra della legge e della Costituzione democratica.

Penso al modo con il quale l’italiano medio approccia oggi i temi della politica (con una visione da tifoseria curva sud) e a come operano quanti si dedicano con passione per imprimere un cambiamento. Troppo spesso si assiste, soprattutto a sinistra, ad una vera e propria lotta di prevaricazione che ha come obiettivo la supremazia sugli altri invece che la condivisione di idee e sentimenti per costruire un progetto comune soddisfacente per le parti.

 Quante iniziative interessanti abbiamo visto naufragare in questi anni piegate dal peso di personalismi e vanificate da malattia di protagonismo? Quanta incoerenza tra i proclami e le azioni ha indotto un intero popolo a diffidare sino al punto da riconoscere a stento le azioni semplici e oneste?

la-rivoluzione-delle-matiteLo scontro politico oggi vive di ipocrisie su due livelli: uno tutto interno al sistema e l’altro verso il popolo considerato e trattato come suddito. Ogni manifestazione di dissenso che si caratterizzi per determinazione e fermezza viene connotata come ottusa e ideologica. Eventuali gesti o azioni provocatorie che abbiano una qualche veemenza e si caratterizzino per una minima connotazione fisica vengono trasfigurati in atti di violenza fine a se stessa.

Il dissenso è tollerato se la sua manifestazione è platonica e innocua. Il confronto politico è ridotto a linguaggio di tifoseria, nelle sue manifestazioni migliori sminuisce il dibattito ad un pura concessione di parola: è esclusa l’analisi e la confutazione delle opinioni e dei fatti.

 Vero atto rivoluzionario sarebbe il riappropriarsi di una identità politica personale e di un confronto non ideologico avendo come obiettivo la costruzione di un progetto comune che sorga ristabilendo le regole fondamentali.

Molte persone non partecipano più alla vita politica e non votano perché ritengono che non serva a nulla (e il fallimento di manifestazioni come quella di oggi confortano questa opinione). Ritengo che questo sia un assunto falso: fintantoché esisteranno “politici” che avranno necessità di mentire pubblicamente sul loro reale operato significa che la verità conta qualche cosa: che le nostre opinioni contano, che il nostro voto è importante per la loro carriera.

Il “sistema” parassitario della politica italiana prospera e sopravvive alimentandosi di questi limiti individuali e collettivi. Alza costantemente il tiro della condanna ad ogni forma di dissenso che non sia parodia di se stessa e inefficace. Lo spostamento concettuale delle contestazioni sul terreno del terrorismo è un chiaro disegno sovversivo, questo si, nei confronti della dialettica democratica.

Il motto “non sono d’accordo con quanto dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di esprimere la tua opinione” è diventato “non me ne frega nulla di quello che tu dici basta che lo dici senza disturbare”.

 Urge un cambio di strategia. Rinuncia alla coltivazioni di piccoli orticelli. Condivisione invece di obiettivi, idee e sentimenti. Imparare a votare scegliendo l’opzione migliore che si ha di fronte per raggiungere lo scopo e smetterla di cercare la perfezione che non esiste.

Qualcuno in questo paese ci sta provando, ma siamo in grado di accorgercene?

D.A. 11.01.14