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Sentenza “compressore”. Sabotaggio non è terrorismo: depositate le motivazioni

Depositate le motivazioni che scagionano dall'accusa di terrorismo Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Mattia Zanotti e Chiara Zenobi.

di Leonardo Capella

Depositate oggi, 23 febbraio, dalla Corte d’Assise di Torino le motivazioni della sentenza che il 17 dicembre scorso assolveva dal reato di terrorismo gli attivisti Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Mattia Zanotti e Chiara Zenobi.

Per l’azione al cantiere di del 13 e 14 maggio 2013, i quattro vennero condannati per danneggiamento, trasporto di armi e  resistenza a pubblico ufficiale, in tutto sono stati inflitti tre anni e mezzo di carcere ma vennero assolti dal reato di finalità terroristiche.

Nelle motivazioni della Corte, presieduta da Petro Capello, leggiamo che “non si trattò di un’azione paramilitare né di terrorismo, perché gli imputati volevano si attaccare il cantiere, ma senza far del male a nessuno”. Non intendevano quindi attentare alla vita o all’incolumità delle persone presenti nel cantiere, come invece sosteneva l’accusa.

Si legge ancora che “In Val di non si vive affatto una situazione di allarme da parte della popolazione” e che “nessuna delle manifestazioni violente fino a ora compiute ha inciso, neppure potenzialmente, sugli organismi statali interessati alla realizzazione dell’opera”.

Per la Corte dunque la minaccia non è stata “di dimensioni tali da rientrare nella previsione normativa” che configura il reato di terrorismo.

La corte poi sottolinea come non vada confusa la volontà di attentare alla vita o all’incolumità delle persone presenti in cantiere con la ben diversa accettazione del rischio che quell’evento si realizzi.

Queste motivazioni chiariscono molto bene i contorni normativi entro i quali si potrebbe posizionare un accusa come quella contestata ai quattro attivisti No  e di fatto sottolineano la forzatura fatta dai PM Antonio Rinaudo e Andrea Padalino nel contestare un reato così abnorme.

L.C. 23.02.15

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