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Shimon Peres non era un costruttore di Pace

Shimon Peres è morto e viene proclamato costruttore di pace. Fu davvero così? Di parere differente un giornalista dell'Indipendent

Proponiamo un interessante articolo pubblicato su l’Indipendent (UK) di Robert Fisk, tradotto da Elena Bellini.

non era un costruttore di pace. Non dimenticherò mai l’immagine dei fiumi di sangue e dei corpi bruciati a Qana.

Peres disse che il massacro era un’“amara sorpresa”. Una bugia: le Nazioni Unite avevano più volte comunicato a che il campo era pieno di rifugiati.
Robert Fisk – The Independent, 28 settembre 2016 / Traduzione: Elena Bellini
Appena il mondo ha saputo che Shimon Peres è morto, tutti a gridare “Costruttore di pace!”. Ma quando io ho saputo che Peres è morto, ho pensato al sangue e al fuoco e al massacro. Ho visto i risultati: bambini fatti a pezzi, rifugiati che urlavano, corpi fumanti. Il posto si chiamava Qana e la maggior parte dei 106 corpi – metà dei quali di bambini – oggi riposano sotto il campo ONU in cui furono fatti a pezzi dai bombardamenti israeliani nel 1996. Ho fatto parte di un convoglio umanitario ONU subito fuori dal villaggio del sud del .
Quei colpi sono passati proprio sopra la nostra testa e tra i rifugiati ammassati sotto di noi. È durata 17 minuti. Shimon Peres, candidato a Primo Ministro israeliano – carica poi ereditata quando il suo predecessore Yitzhak Rabin venne assassinato – decise di aumentare le proprie credenziali militari prima del voto attaccando il Libano. Il co-vincitore del Premio Nobel per la Pace utilizzò come scusa il lancio, da parte di Hezbollah, di razzi Katyusha oltre il confine libanese. In realtà, i razzi furono la risposta di Hezbollah all’uccisione di un ragazzino libanese, morto per un giocattolo-bomba che si sospettava fosse stato lasciato lì da un agente di pattuglia israeliano.
Non importava. Pochi giorni dopo, le truppe israeliane in Libano si trovarono sotto attacco vicino a Qana e, per rappresaglia, aprirono il fuoco sul villaggio. I primi bombardamenti colpirono un cimitero utilizzato da Hezbollah; gli altri colpirono direttamente il campo militare ONU dei caschi blu delle Fiji, in cui avevano trovato rifugio centinaia di civili. Peres dichiarò: “Non sapevamo che diverse centinaia di persone fossero concentrate in quel campo. La notizia ci è giunta come un’amara sorpresa”. Era una bugia. Gli Israeliani avevano occupato Qana per anni dopo l’invasione del 1982, avevano documenti filmati del campo, avevano perfino fatto volare un drone sopra il campo durante il massacro del 1996 – fatto da loro negato finché un soldato ONU non mi consegnò il video del drone, alcuni fotogrammi del quale vennero pubblicati dall’Independent.
L’ONU aveva detto più volte a Israele che il campo era pieno di rifugiati. Questo è stato il contributo di Peres alla pace libanese. Perse le elezioni e probabilmente non pensò più a Qana. Ma io non l’ho mai dimenticata. Quando raggiunsi il cancello del campo ONU, vi scorreva attraverso il sangue, come un fiume. Potevo annusarlo. Scorreva sulle nostre scarpe e vi si appiccicava come colla. C’erano gambe e braccia, bambini senza più la testa, teste di anziani senza i corpi. Il corpo di un uomo pendeva in due pezzi da un albero in fiamme. Ciò che rimaneva di lui stava bruciando. Sui gradini della caserma sedeva una ragazza abbracciata a un uomo dai capelli grigi, le braccia di lei intorno alle spalle di lui. Ne cullava il cadavere.
Gli occhi dell’uomo erano fissi su di lei. Lei si lamentava, piangeva, gemeva, ripetendo: “Mio padre, mio padre”. Se dovesse essere ancora viva – ci sarebbe stato un altro massacro a Qana negli anni successivi, questa volta da parte dell’aviazione israeliana – mi chiedo se, dalle sue labbra, potrebbero uscire le parole “costruttore di pace”. Ci fu un’inchiesta ONU che stabilì, con il suo linguaggio arido, che non era credibile che il massacro fosse un incidente. Il report dell’ONU venne accusato di antisemitismo. Più tardi, un coraggioso giornale israeliano pubblicò un’intervista ai soldati di artiglieria che avevano sparato a Qana. Un ufficiale si era riferito ai civili dicendo che erano “solo un mucchio di arabi” (arabushim, in ebraico). Pare che abbia detto: “Sono morti un po’ di arabi, non c’è niente di male in questo”.
Il Capo di Stato Maggiore di Peres era pressoché ugualmente sereno: “Non conosco altre regole del gioco, che si tratti dell’esercito israeliano o di civili…”. Peres chiamò la sua invasione del Libano “Operazione Grappoli d’Ira”, nome che – a meno che non sia stato ispirato da John Steinbeck – dev’essere stato preso dal Libro del Deuteronomio. Al Capitolo 32, recita: “Di fuori la spada, di dentro il terrore farà perire insieme il giovane e la vergine, il lattante e l’uomo canuto”. Potrebbe mai esserci una descrizione migliore di quei 17 minuti a Qana? Sì, certo, Peres è cambiato negli ultimi anni.
Hanno rivendicato che anche Ariel Sharon fosse un “costruttore di pace” quando è morto. Sharon, i cui soldati avevano assistito al massacro di Sabra e Shatila, portato avanti dai loro alleati cristiani libanesi nel 1982. Almeno lui non aveva ricevuto il Nobel. Ultimamente, Peres era diventato un sostenitore della “soluzione dei due Stati”, anche mentre gli insediamenti israeliani su terra palestinese – insediamenti di cui un tempo era fervente sostenitore – continuavano ad aumentare. Ora dobbiamo chiamarlo “costruttore di pace”. E contate, se ci riuscite, quante volte verrà utilizzata la parola “pace” nei necrologi per Peres nei prossimi giorni. E poi contate quante volte compare la parola Qana. Fonte: