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Sicilia le mani di Mario Ciancio Sanfilippo sull’editoria

L'editoria siciliana nelle mani dell'editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo,rinviato a giudizio l'accusa è di "concorso esterno in associazione

di Daniela Giuffrida.

Rinviata al 14 ottobre prossimo l’udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’editore catanese , l’accusa è di “concorso esterno in ”.

Solo tre giorni fa il sequestro di 5 milioni di euro depositati presso una banca etnea e di 12 milioni, in titoli ed azioni depositati dall’editore catanese, presso un istituto di credito svizzero, ma resta ancora da capire cosa ne sarà della restante e ingente parte di patrimonio che sembrerebbe ancora depositata in altri istituti svizzeri.

Il sequestro dei  17 milioni, avvenuto ad opera dei Carabinieri del Ros di Catania, surichiesta della Distrettuale della Repubblica, ha solo aperto uno squarcio in quella che è la vicenda per nulla trasparente di uno dei più noti imprenditori dell’ siciliana e rappresenta un primo passo verso la chiarificazione e, forse, la risoluzione della stessa.

Ieri, dunque, davanti al Giudice per le Udienze preliminari, sono state vagliate le tre domande di costituzione di parte civile, presentate dall’Ordine dei Giornalisti di , un atto a tutela dell’immagine dell’ODG; da Sos Impresa, un associazione antiracket di Confesercenti  perchè, se confermate le accuse, sarebbe colpita la di iniziativa economica e, infine, dai familiari del Commissario della Polizia di Stato, Beppe Montana, assassinato dalla a Santa Flavia nei pressi di Bagheria (PA) il 25 luglio del 1985.

Montana era a capo della neonata sezione “Catturandi” di Palermo quando venne assassinato. Solo tre giorni prima, i suoi uomini avevano arrestato otto componenti del clan di Michele Greco, che però era riuscito a sottrarsi alla cattura. I suoi familiari contestano a Ciancio la mancata autorizzazione alla pubblicazione di un necrologio sul quotidiano La Sicilia in occasione del trigesimo dell’assassinio del loro caro. Il necrologio, sarebbe stato rifiutato perchè conteneva l’affermazione “con rinnovato disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori”, la cosa aveva fatto sorgere nei familiari del commissario assassinato la spiacevole sensazione che quel gravissimo episodio fosse un fatto trascurabile, addirittura irrilevante, per la stampa e quindi non degno di nota per la comunità intera.

Nel 1994 però sulle stesse pagine avrebbe trovato ampio spazio un’intervista al boss di “Cosa nostra”, Benedetto Santapaola e nel 2008 una lettera del figlio di questi, Vincenzo Santapaola, detenuto al  41bis, il quale lamentava di essere stato accusato di diversi reati, a causa del suo cognome.

Evidentemente le dichiarazioni di due boss  mafiosi, condannati e quant’altro meritavano per  Mario Ciancio e il suo giornale, più attenzione che non il “sacrificio” di un tutore dell’ordine, massacrato a soli 34 anni.

Ma la Procura di Catania, ha fatto ben altro in questi anni, ha raccolto e riscontrato dichiarazioni di collaboratori di giustizia ed ha ricostruito complessi affari promossi da Ciancio, affari in cui avrebbe avuto interessi la mafia catanese, fin dall’epoca in cui l’economia catanese era quasi interamente gestita dai cosiddetti “cavalieri del lavoro” tra i quali Graci e Costanzo.

Pare che le indagini eseguite abbiano permesso di verificare grandi sperequazioni tra le somme “depositate” in Svizzera ed i redditi dichiarati ai fini delle imposte sui redditi del Ciancio.

E l’editore si difende affermando in una nota, ripresa da Repubblica.it, che “i capitali nei conti svizzeri sono stati versati sin dagli anni ’60/’70 e sono rimasti per oltre 40 anni praticamente senza movimentazione e, non essendoci alcun mistero, non ho fatto ricorso al segreto bancario, ma ho autorizzato senza riserve la Procura svizzera a collaborare con la Procura di Catania.”

“Quanto alla provenienza di quei capitali – afferma ancora, l’editore, nella sua nota – e al mio personale stato patrimoniale, e’ stata ed e’ più volte la stessa Procura di Catania a ricordare nei suoi atti che le attivita’ imprenditoriali che ho svolto durante tutta la mia esistenza hanno fatto di me una persona ricca che ha, del resto, costantemente rimesso in circolazione il capitale accumulato per alimentare e portare avanti con successo le aziende della mia famiglia che hanno dato lavoro a centinaia di persone”.

E allora, se Mario Ciancio Sanfilippo è così ricco ed ha sempre rimesso in “circolazione il suo denaro”, se quelle cifre gelosamente custodite servivano a dare lavoro a centinaia di persone, come si spiega il certosino lavoro di acquisizione, “spremitura” e spegnimento di tutte le emittenti televisive che ha acquistato negli anni?
In 40 anni di attività Ciancio ha monopolizzato l’informazione dell’isola, fagocitando una miriade di tv locali siciliane. L’ultima, alcuni mesi fa, Telejonica (con Telesicilia color) e prima era toccato a Teletna, a Sirio 55, a Telesud, a Video3.

La stessa sorte sta per toccare a Telecolor: 17 tecnici licenziati dopo un periodo di cassa integrazione,  mentre sei giornalisti, volti notissimi dell’informazione siciliana, da nove anni attendono le loro competenze, pur avendo vinto un ricorso in Cassazione.

Eliminare concorrenti, in un mercato complesso come quello dell’informazione può anche avere il suo senso, ma eliminare propri dipendenti e ridurli alla “fame”, ci sembra decisamente poco etico. Per questo riportiamo il testo dell’ istanza di fallimento (e comunicato ufficiale) presentata dai sei giornalisti contro quelli che sono gli amministratori di Telecolor.

“ISTANZA DI FALLIMENTO ED ESPOSTO ALLA PROCURA DI CATANIA PER GLI AMMINISTRATORI DI TELECOLOR

A cinque mesi dalla sentenza della Cassazione che ha ritenuto illegittimi i nostri licenziamenti siamo costretti, ancora una volta, a rivolgerci alla magistratura per vedere riconosciuti i nostri diritti. Abbiamo infatti dato l’incarico ai nostri legali di depositare l’istanza di fallimento nei confronti della società Telecolor Srl.

La famiglia Ciancio ha palesemente dimostrato di essere un cattivo pagatore, non rispettando la sentenza della Cassazione che la condanna al pagamento di quanto dovuto per un licenziamento illegittimo che risale a ben 9 anni fa. Con pervicacia ed arroganza la proprietà di Telecolor ha messo in atto una tattica meramente dilatoria rigettando, di fatto, qualunque proposta di transazione. Un atteggiamento scandaloso se solo si considera che, sempre la famiglia Ciancio, deve difendersi in altre inchieste dall’accusa di aver depositato all’estero capitali per oltre 52 milioni di euro.

Ricordiamo che il 29 maggio scorso sono stati licenziati altri 17 dipendenti di Telecolor, ai quali va tutta la nostra solidarietà. Questo è avvenuto prima della nostra istanza di fallimento. Nessuno provi quindi ad imputare alle nostre rivendicazioni altri tagli che dovessero ricadere sui pochi dipendenti rimasti.

Abbiamo piuttosto il sospetto che Telecolor possa essere stata progressivamente svuotata di molti cespiti patrimoniali in favore di altre società sempre della famiglia Ciancio, come nel caso della vendita della sede storica di Via Francesco Crispi. Riteniamo dunque che possano emergere profili penalmente rilevanti nella gestione societaria. Per questo, oltre all’istanza di fallimento, presenteremo anche un esposto alla Procura della Repubblica di Catania affinché si valuti il comportamento degli amministratori che si sono alternati alla guida della società.

Gli ex dipendenti di Telecolor: Alfio Sciacca, Fabio Albanese, Nicola Savoca, Walter Rizzo, Katia Scapellato, Giuseppe La Venia”

(D.G. 20.06.15)