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Terrorismo: istruzioni per l’uso

"Troppe variabili da controllare e il rischio di fallimento è altissimo. La Storia ha già dimostrato che la clandestinità non è un vantaggio per il terrorista che pianifica un attentato"

di Denise Serangelo per Difesaonline

Il terrorista non è uno stupido. Il terrorista è imprenditore, calcola costi e beneci, valuta attentamente e pianifica con metodo scientifico qualsiasi mossa. Il terrorista ha sempre uno scopo ed è questo l’unico obbiettivo che conta, avere una falla nella pianificazione significa non adempiere all’assolvimento dello scopo stesso. Il fanatismo che ci propinano nei film e sui telegiornali, in accostamento al , è una manipolazione della realtà, avessimo a che fare con dei fanatici il problema sarebbe ben più serio. Il fanatismo – da quello religioso a quello politico – è uno strumento per reclutare adepti; dandogli un fine più alto per cui combattere. Il fanatismo è una pedina fondamentale del , ma non ne guida le azioni. Bin Laden a suo tempo si ritenne abbastanza forte da poter guidare l’Afghanistan da solo insieme ai suoi uomini, sottovalutando il peso economico della regione per gli stati occidentali.

Al-Bagdadi intende costruire uno stato islamico che ha più ragioni economiche e geopolitiche di esistere rispetto a quelle religiose. L’IS è una bestia che non vale tanto per quel che è ma per come è percepita dal mondo occidentale. Lo Stato Islamico minaccia l’intero occidente – Italia compresa – la nostra libertà, la nostra Storia e le loro tradizioni. Colpire obbiettivi definiti sensibili – come il Vaticano o il Colosseo – sarebbe sensazionale ma assolutamente controproducente. Più un obbiettivo è definito sensibile maggiore sarà la reazione che i terroristi dovranno subire. Attaccare il Vaticano – o Roma – vorrebbe dire mobilitare l’intera cristianità ad una vendetta senza confini, scatenando focolai di violenza ingestibili in paesi che non si possono sottomettere nemmeno disponendo di eserciti ben armati. In paesi come l’Italia, la Francia o l’Olanda le politiche sociali ed economiche dell’IS non avrebbero terreno facile come negli Stati Falliti eredità della snobbata primavera araba.
Quello che dovrebbe farci riflettere è però una generazione volubile e manipolabile, sicura di trovare nella jihad e nell’Islam radicale quel senso di appartenenza che non hanno trovato nel nostro emisfero.

Riflettere, che brutta parola, per questo la usiamo così poco.

La disgustosa vetrina mediatica cui il terrorismo ci ha subissato è uno strumento valido per veicolare la paura nella nostra società. Il senso continuo di sdegno tra la popolazione occidentale – culminato con il rogo del pilota giordano – è la più grande conquista dello jihadismo moderno. Ci siamo nutriti per settimane di particolari agghiaccianti, abbiamo rivisto quelle immagini centinaia di volte finché non ci siamo convinti che il pericolo bussa alle nostre porte. Quando dalla paura, per via di una mancata elaborazione intellettuale, si passa al terrore, non riusciamo più psicologicamente ad attivare i meccanismi di difesa e rimaniamo paralizzati e sottomessi. Per questo chi vuole dominare totalmente l’altro usa strategie di paura e terrore, per impedire una reazione intellettuale autonoma e funzionale. Far credere al soggetto soccombente di non avere più armi, lo spingerebbe ad aderire per disperazione o per istinto di protezione, al suo regime o punto di vista.
Alimentare il fenomeno terroristico con continue e sempre più agghiaccianti notizie, spinge a distruggere e a modicare la quotidianità collettiva. Parlare di terrorismo in termini pragmatici e non sensazionalistici ha preso le sfumature del collaborazionismo oppure di semplice stupidità. Le parole sono importanti quanto le immagini, poiché le parole stesse creano un disegno mentale che si sedimenta dentro la psiche, spaventandola allo stesso modo, se non più subdolo, di una foto. Non è un caso che la propaganda dei regimi totalitari abbiano studiato gli slogan tanto quanto la scenografia dei comizi.

Parlare di ” Nuova apocalisse” o di “Scontro di civiltà” è rendersi colpevole di fomentare paura e terrore.

La paura psicologicamente è un sentimento che ci difende dal pericolo, all’invio è una pulsione dovuta all’attivarsi dei meccanismi di difesa. Nel nostro caso l’incitamento ossessivo ad una missione militare senza capo ne coda oppure dando inizio alla grande caccia al diverso. L’uso altamente strumentale che si fa del problema è poi un aspetto da non sottovalutare. Spesso si confondono i concetti di immigrato e terrorista, come se arrivando da paesi colpiti dall’estremismo religioso tutti fossero intrinsecamente contagiati per osmosi. Il fenomeno è dilagante e non si può negare il rischio sociale per il crescente malcontento.  Rara è la possibilità che sui barconi vengano sistemati elementi terroristici, nonostante le esuberanti dichiarazioni rilasciate dagli allarmisti dell’ultima ora. Come abbiamo detto prima per il terrorista il raggiungimento degli obbiettivi stabiliti o assegnati è di vitale importanza e la pianificazione scrupolosa è essenziale. Imbarcare aspiranti terroristi sui barconi non è un’azione molto saggia, il rischio che questi muoiano in mare oppure che siano uccisi per qualche ragione durante la traversata è troppo alto. Non parliamo del rischio di essere intercettati da navi della marina militare e inviati in luoghi non prestabiliti dal piano originale.

Troppe variabili da controllare e il rischio di fallimento è altissimo. La Storia ha già dimostrato che la clandestinità non è un vantaggio per il terrorista che pianifica un attentato.

La disponibilità economica e l’accurata selezione di soggetti a basso profilo permette alle organizzazioni del terrore di usare documenti falsi transitando nei paesi direttamente da aeroporti, porti o stazioni. L’11 Settembre; la Strage di Boston e la sparatoria alla redazione francese di Charlie Hebdò sono solo alcuni tragici esempi di come i terroristi siano entrati nel paese attraverso i canali ufficiali senza destare sospetti. Con quanto detto non si vuole in alcun modo minimizzare il problema sociale e di sicurezza derivato dall’immigrazione illegale, semmai ci si vuole allontanare dallo stereotipo dell’immigrato terrorista. Solo riconoscendo la vera natura del problema possiamo attuare un’adeguata strategia di arginamento. Se continua la lotta alle streghe ( o nel nostro caso al terrorista musulmano ) si rischia di cadere vittime non dei terroristi stessi ma della nostra paura. Riducendo tutti i clandestini a terroristi e fanatici si arriverà ad attuare politiche discriminatorie a tutto campo, inghiottendo nella macchina della paura buoni e cattivi. E’ anche così che si creano i fanatismi, facendo di tutti i musulmani dei terroristi. L’unica soluzione al terrorismo pare dunque essere l’affondamento dei barconi e qualche bomba sganciata su qualche paesino sperduto Libia o Somalia. Le classiche soluzioni trovate tra il cornetto e il cappuccino consumati al bar. Che ci piaccia o no il terrorismo si debella usando strategie mirate e collaborazioni tra forze militari, organizzazioni non governative e analisti. La lotta al terrorismo si deve combattere non con l’isteria dilagante ma con investimenti ingenti in progetti di riqualificazione sociale in zone disagiate e sicurezza per i paesi a rischio. Se ancora ci vogliamo definire “Democrazie occidentali” e se vogliamo far finta di aver imparato qualcosa dal nostro passato è nostro dovere tutelare i musulmani onesti al fine di smorzare una nuova generazione di terroristi. E’ dovere dell’occidente non soccombere alla paura alimentandola con metodo ma impiegare le forze di tutti – civili e militari – nel punire e isolare il terrorismo e le sue origini psicologiche e sociali. Il terrorista non è una creatura priva di intelletto e manipolabile. Il terrorista usa intelligenza e attenta pianificazione per manipolare noi e ottenere ciò che desidera. Gli interessi economici sono spesso alla base di quel terrorismo fondamentalista che tanto ci angoscia, i soldi e il potere sono l’unico vero dogma che l’IS e quelli come loro seguono in modo intransigente. Opportunità di riscatto da vecchi regimi oppressivi; paura ed indifferenza annientano qualsiasi buona politica di arginamento del fenomeno.

Un terrorista è tale solo se gli permettiamo di esserlo.