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Titanic Referendum: politici e cittadini vivono su due pianeti differenti

L’esito del Referendum era ben visibile all’orizzonte. Un Iceberg gigantesco si stagliava da tempo sul suo percorso; un blocco che separa i politici dal paese, dai cittadini, dalla realtà, dai bisogni reali, dai problemi contingenti. Sordi ai malumori, accecati dalla propria presunzione, lo hanno centrato in pieno. Non c’è vittoria (opposta) per cui gioire. Solo macerie di un sistema politico che parla una lingua oramai incomprensibile ai più.

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L’esito del Referendum era ben visibile all’orizzonte. Un Iceberg gigantesco si stagliava da tempo sul suo percorso; un blocco che separa i politici dal paese, dai cittadini, dalla realtà, dai bisogni reali, dai problemi contingenti. Sordi ai malumori, accecati dalla propria presunzione, lo hanno centrato in pieno. Non c’è vittoria (opposta) per cui gioire. Solo macerie di un sistema politico che parla una lingua oramai incomprensibile ai più.

Il risultato era prevedibile. Senza scomodare la statistica, sarebbe stato sufficiente “annusare l’aria”, per prevederne l’esito. Ed è stato chiaro che nemmeno i proponenti ci hanno creduto sino in fondo: però la consultazione ci è comunque costata qualche milionata di euro.

L’ultimo referendum, quello che ha confermato la scelta scellerata di imporre un taglio salominico al numero dei parlamentari, fu conseguenza di un mancato accordo tra i partiti sulla modifica della Costituzione, promossa dal M5S. Un’iniziativa apicale del populismo pentastellato, senza cognizione di causa, né consapevolezza delle reali conseguenze di una simile imposizione. Furono gli stessi costituzionalisti “favorevoli” all’iniziativa a esprimere le dovute riserve, considerando le necessarie cautele del caso: un’adeguata Legge elettorale, la revisione delle Circoscrizioni elettorali, la garanzia della rappresentanza pluralistica, la tutela delle minoranze.

Niente di tutto ciò è stato fatto da parte delle forze politiche. Il successo di quel referendum indicava chiaramente come il paese non avesse votato con “scienza e coscienza” dei contenuti, quanto sull’onda emotiva di una profonda frustrazione nei confronti dei policy makers. Sentimento cavalcato con disinvoltura dal populismo pentastellato, senza cognizione delle conseguenze che saranno dolorosamente visibili alle prossime elezioni politiche. A farne le spese saranno proprio i promotori del taglio draconiano (e meritatamente), ma sopratutto eventuali nuove forze politiche che si affacciassero sulla scena. Mentre gli “zoccoli duri” elettorali garantiranno la sopravvivenza dei soliti noti, proprio quelli che la “riforma” voleva punire. Un capolavoro di analfabetismo politico e costituzionale.

Con il mancato quorum di ieri (dom 12 giugno 2022) si replica la visione del fossato apertosi tra una classe politica asserragliata dentro la fortezza del Draghistan europeista, e il paese “reale” che affonda nei problemi economici e sociali. Il frutto di ottuse strategie europee e nazionali, aventi origine nella filosofia del “vincolo esterno” imposto a paesi privati della propri sovranità monetaria, e quindi degli strumenti di politica fiscale con i parametri di Maastricht, è maturo (anzi marcio).

Con la gestione pandemica, e la dolorosa guerra in Ucraina, si abbattono progressivamente sulla collettività le conseguenze di scelte economiche errate, di “sanzioni” verso la Russia che tornano indietro con effetto boomerang, di sudditanza agli interessi geopolitici degli Usa (non coincidenti con quelli europei), di chiare speculazioni finanziarie sulle fonti energetiche. Mentre il governo ciarla ancora di mascherine e potenziali nuove pandemie (tanto per non far mancare soldi a Big Pharma), mentre tace sul chiaro fallimento dei sieri sperimentali (e sulle conseguenze nefaste per la salute di molti), la nave procede speditamente in rotta di collisione verso recessione e stagflazione: un vero flagello.

In questo scenario la visione di una riforma della Giustizia a colpi di referendum, e non di una ristrutturazione ragionata e priva di interessi (e conflitti) di parte, è uno spettacolo deprimente. Non ci sono vincitori, ma siamo tutti sconfitti.

Di quanto ci sarebbe bisogno di una riforma seria della giustizia, Dio solo lo sa. Ma come attendersi una simile riforma da parte di chi ha davvero pochi interessi a far si che il sistema giudiziario funzioni correttamente? Gli stessi che non mancano mai di “celebrare” i magistrati eroi barbaramente uccisi dalla criminalità organizzata con la quale troppo sovente vanno a braccetto?

Per ironia della sorte, o del Karma, negli ultimi giorni è uscita una notizia che ci dà la misura della realtà: Roberto Rosso, ex assessore regionale del Piemonte per Fratelli d’Italia, è stato condannato a 5 anni per voto di scambio politico-mafioso.

La difesa? Il porello è affetto da disturbo bipolare e, in occasione degli appuntamenti elettorali, viene colto da una smania di accumulare voti come se non ci fosse un domani: e quel domani lo è andato a chiedere alla ‘ndrangheta. Che pure gli ha fatto una promessa, ma poi non l’ha sostenuto.

Neanche il compianto Dario Fo avrebbe saputo ordire una trama simile (grottesca) per una sua commedia. Questo è lo stato dell’arte. Il Rosso è stato anche sotto ministro di precedenti governi di centro destra. Ma, sia chiaro, non è che a sinistra siano messi poi tanto meglio (gli esempi non mancano).

Allora la domanda tragica e consapevole è: continuando ad accettare che le nostre vite, il nostro Paese, il nostro futuro, sia gestito da “rappresentanti” di tale fatta dove pensiamo seriamente di andare? Quali problemi giudiziari, economici, sociali, pensiamo di poter risolvere?

Sarebbe il caso di iniziare a rifletterci sopra…che è già tardi!

(D.A. 13.06.22)