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Tutta “colpa” degli omosessuali e delle lesbiche.

In Senato si riparte con la discussione del decreto sulle unioni civili e siamo sempre ancorati agli integralismi religiosi

di Davide Amerio.

Arriva in discussione al Senato la Legge per “amministrare” le unioni civili fuori del matrimonio tradizionale e quelle con persone dello stesso sesso. Queste sono le occasioni nelle quali lo scenario politico mostra impietoso il basso livello intellettuale con cui si dibatte la materia.

Non è questione di schieramenti gialli, rossi, verdi o a pallini rosa; sovrastano, sempre, mal celata omofobia e sessofobia.

L’ continua a essere considerata, nell’ambito del politico, una “perversione” dalla quale difendere la collettività. A sostenere l’inviolabilità, o immodificabilità, dell’istituto del matrimonio tra eterosessuali sono sovente, la storia ce lo dimostra, politici tanto affezionati all’idea della famiglia da averne almeno due, con relativa prole, e magari qualche amante.

Stefano Rodotà, con un appassionato articolo su Micromega, ci ricorda i risvolti giuridici della questione, ribadendo quanto affermato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione che “hanno riconosciuto che le unioni tra persone dello stesso sesso sono una delle “formazioni sociali” di cui parla l’articolo 2 della Costituzione”. Concetto rafforzato dalla Corte europea dei dell’uomo che “ha condannato l’Italia proprio per la mancanza di una adeguata disciplina delle unioni civili, che non può essere limitata ai soli aspetti patrimoniali”.

Materia spinosa quindi, in un paese nel quale si vuol far prevalere una “morale” cattolica rigida e antistorica per questi argomenti, mentre per altri si ignorano i precetti fondamentali del Cristianesimo (per esempio “non rubare”).

Il diritto del riconoscimento della coppia, nella sua essenza, ovvero di due persone che si amano, oltre la questione meramente sessuale, e desiderano condividere la propria vita consacrando la loro unione quanto vale? Cosa contano i diritti delle persone se non sono rivolti a costituire i fondamenti di una società libera – e laica, – nella quale le persone cercano di perseguire la propria felicità?

All’origine di tutti i diritti non esiste forse quello “naturale” che vede nel raggiungimento di una condizione di libertà (di essere, di fare, di difendere) e di perseguimento della felicità individuale la ragione stessa del diritto?

Tutta la questione delle unioni civili, ruota intorno al sesso e alla fobia di questo. In una società che mercifica il corpo delle persone, che istiga adolescenti a comportarsi come adulti per vendere loro prodotti di consumo, davvero il problema sono le coppie omosessuali?

Nel nostro “modello” politico della famiglia del “Mulino Bianco” che ha sempre meno riscontro nella realtà oggettiva dove frustrazioni, tradimenti, violenze dentro le mura domestiche la fanno da padrone in molti casi, con quale pretesa si può considerare una “minaccia” all’istituzione del matrimonio il desiderio di viverlo da parte di persone dello stesso stesso? Siamo così sicuri che a un figlio nato e cresciuto da una coppia gay o lesbica sia negato il diritto a essere amato e rispettato in quanto i genitori non sono etero? Oppure è la collettività, che ruota intorno a loro, a negare questo diritto sulla base di un pre-giudizio ideologico?

Una vera e propria campagna di disinformazione si è abbattuta sugli studi “gender”, afferma , filosofa, scrittrice, deputata del PD, e autrice del libro “Papà, mamma e gender”, in un’altra intervista apparsa su Micromega . Si è creato un nemico immaginario, afferma la studiosa, in realtà:

Dagli anni ’60 ci sono i gender studies, al plurale perché le posizioni al proprio interno sono molteplici ed eterogene. Ma hanno un denominatore comune: lo scopo di combattere le discriminazioni e le violenze subite da chi viene considerato inferiore solo in ragione del proprio sesso, orientamento sessuale ed identità. Uno studio sul rapporto uomo/donna, omosessualità/eterosessualità e un tentativo di focalizzarsi sul principio dell’uguaglianza, nonostante le differenze.

Tutti questi argomenti ruotano, ossessivamente, intorno al sesso e alle preferenze sessuali. Una vera e propria compulsione al punto di pensare, e qui veramente si tocca il ridicolo, che una legislazione che ammettesse le unioni civili e riconoscesse il matrimonio a persone dello stesso sesso, mina i fondamenti della nostra società. Cosa significa? Che se accettiamo le unioni gay diventiamo tutti quanti omosessuali per osmosi?

Le restrizioni in questo ambito soddisfano le esigenze di quanti pongono la religione sopra lo Stato di diritto, ma questo è inaccettabile in una società che si dice “laica” e non a caso. Riconoscere le unioni in qualsiasi forma è, per quanto mi riguarda, un dovere dello Stato che deve difendere il diritto ad amare chi si vuole amare , ed essere amati di conseguenza. Non siamo “nati per soffrire” come vogliono farci credere certe tradizioni. Soffriamo comunque per imparare a vivere ma ciò non toglie che il nostro scopo è perseguire la felicità. Se esiste l’omosessualità in natura significa che la natura non è perfetta, oppure, che essa è perfetta nella sua imperfezione. Gli integralisti di ogni razza, specie, religione, sesso, se ne facciano una ragione, una volta per tutte.

(D.A. 08.01.12)