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Un’aria irrespirabile

A Torino da tutt’Italia in solidarietà a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò accusati di terrorismo. In un clima da caccia alle streghe.

di Massimo Bonato

Mancano due giorni alla manifestazione del 10 maggio per rivendicare l’assoluta estraneità di Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò a quel “” di cui vengono accusati.

Mancano due giorni, e tutto, attorno alla compostezza che il movimento mantiene, opera perché la perda.

Vien da dar ragione alla figlia del Pm Rinaudo, Beatrice, che si presenta alle regionali con Fratelli d’Italia, quando sostiene che il clima che si respira le fa ricordare quando suo padre si occupava dell Brigate Rosse. Vien da darle ragione perché sintetizza in sé molte delle pressioni che vengono esercitate attorno al movimento No Tav: la “battaglia sacrosanta” del padre contro il movimento (“battaglia”); la ricerca del dialogo “se loro accettassero un confronto” («Nuova Società»). Ma in una “battaglia” ci si schiera per combattere una parte avversa, per vincere un conflitto, per dominare (e sarà per questo che le denunce prodotte dagli attivisti vengono archiviate o se ne perdono le tracce, ma basta una virgola fuori posto per essere querelati). E il famoso “dialogo” torna a far capolino sempre, e accomuna le parti politiche sino alla piena confusione. Peccato che si tratti di un dialogo a senso unico come quello dell’Osservatorio, in cui per anni la parola “dialogo” ha significato “descrizione di una decisione già presa”; e significa oggi la presenza di Chiamparino in Val di Susa in questi giorni, che ancora cerca questo dialogo “perché tanto il Tav si farà”. Se questo è dialogo, lo decida chi legge. Decida se l’aver ignorato per vent’anni la moltitudine di studi e documenti prodotti da tecnici e studiosi, da agenzie e università significa cercare il dialogo su un’opera che una importante parte in causa dichiara inutile, dannosa, costosa. Perché ha ragione Virano a dire che la parte europea di fondi non sarebbe certo utilizzata per opere altre, diverse da ciò per cui verrebbero erogati, ma omette che il grosso della somma, quella che l’Italia dovrebbe pagare verrà, e di fatto già viene, drenata da quel pubblico che tutti pagano senza poterne godere, appunto eroso.

Un monologo quindi. Impositivo. Un monologo però nel quale l’altro, il movimento No Tav, è già stato fatto oggetto di tutte le attribuzioni che il dizionario offre: delinquenti, facinorosi, sabotatori, estremisti. Terroristi. Ora si va all’estremo, perché è chiaro che al dialogo si preferisca avvelenare l’aria con la diffamazione, l’iperbole retorica. La si avvelena a parole prima, per poterla avvelenare con i lacrimogeni poi. La denuncia, il carcere.

La parola “terrorismo” emerge a ogni piè sospinto per un clima che si crea ad arte senza che ci siano le condizioni per definirlo tale. Mentre due marò che hanno ucciso pescatori in India vengono salutati come eroi, quattro ragazzi che hanno incendiato un compressore, senza aver voluto procurare e aver procurato danni a persone, vengono detenuti in regime carcerario durissimo e accusati di “terrorismo” per aver “danneggiato l’immagine dell’Italia all’estero”. La realtà supera la fantasia. Allora l’imbrattamento di una vetrina diventa “attacco”; i giudici popolari del processo ai quattro si vogliono scortati, ancor prima che la Cassazione decida la liceità stessa dell’accusa di terrorismo; si torna a equiparare il movimento alle Brigate Rosse; il Pd provoca apertamente violenze il 1° maggio per poi poterle condannare mistificando quanto accaduto, e si scaglia poi contro i centri sociali e ne chiede la chiusura.

Allora il 10 maggio verranno da Bergamo, Firenze, Roma, Genova, Milano, Fano, Urbino, Pesaro; verranno da Lugano, dove è bastato contestare Caselli tempo addietro perché nove persone si trovassero indagate e una perdesse seduta stante il posto di lavoro. Verranno per ricordare che la realtà è un’altra, non quella creata ad arte per combattere una “battaglia sacrosanta” e chiedere un “dialogo” dove a parlare è soltanto chi ha già deciso per tutti.

M.B. 08.05.14