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Unione Europea. Regolamentazione del mercato delle sementi. Tutto da rifare

Una regolamentazione volta a garantire la qualità e la biodiversità, standardizzazione per i grandi producers ma agevolazioni ai piccoli coltivatori ed è tutto da rifare.

di Massimo Bonato

Presentata nel maggio 2013 e bocciata a una prima lettura il marzo scorso, la nuova regolamentazione del mercato delle è stata ritirata il 23 dicembre dalla Commissione, con la giustificazione di doversi concentrare su “dossier ritenuti più importanti”.

Nonostante gli articoli allarmanti comparsi per qualche tempo sui social network, che guardavano alla irregimentazione delle sementi come favorevole al mercato delle finanche a diventare un pericolo per la sopravvivenza degli orti privati, era però vero il contrario.

La regolamentazione era il prodotto di un lavoro iniziato nel 2008, un lavoro ora “vanificato” per Assosementi. E il ritiro infatti scontenta tutti, sia chi vedeva in essa la possibilità, seppur avanzata timidamente, di garantire la e l’originalità delle sementi tradizionali, sia chi chiedeva maggior rigore nei controlli per garantire a sua volta qualità del prodotto nel mercato europeo del breeding.

“Le sementi, così come i materiali ornamentali, le giovani piantine, i fruttiferi e la vite, continueranno ad essere disciplinati dalle norme oggi esistenti, deludendo non solo le aspettative di semplificazione e maggiore armonizzazione del settore sementiero, ma anche quelle di coloro che premono per maggiori aperture verso i materiali da conservazione o la tutela della biodiversità” scrive . Perché infatti “a pesare molto è il pregiudizio che porta a vedere dietro il tema delle sementi solo gli Ogm e le multinazionali, quando invece la realtà è nettamente diversa, fatta di tante piccole e medie aziende impegnate nel breeding tradizionale e nella produzione di sementi sane e di elevata qualità, per soddisfare consumi sempre più esigenti”.

Testimone in tal senso è il giudizio espresso dall’associazione internazionale contadina La Via Campesina, la quale rivendica da sempre la “sovranità alimentare dei popoli”, e che anch’essa guardava a quelle aperture verso la piccola produzione. Aperture che lasciavano sperare in una maggore considerazione della Ue nella predisposizione di norme e interventi a difesa di suolo e territorio, della biodiversità, del diritto alla commercializzazione di sementi da parte di piccoli coltivatori («Il cambiamento»).

Sia gli uni sia gli altri rivolti verso un mercato libero dall’egemonia delle multinazionali; che rappresentano per i primi una standardizzazione verso il basso della qualità, per i secondi una impossibilità di chiamare mercato anche il piccolo scambio delle biodiversità e al contempo la sua stessa preservazione.

Ora si ricomincia da capo.