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Un’Italia malata

Un ritorno di tsunami elettorale respinge a riva i 5 Stelle che contavano quasi di vincere. In Piemonte prevale Chiamparino, il vecchio che ritorna, mentre (naturalmente) resiste, anzi avanza la Val Susa, sempre più spina nel fianco del sistema. Scampoli di analisi.

 

 

 

di Fabrizio Salmoni

Sto leggendo i titoli de La Stampa del 27 Maggio: Pag. 30. Arrestato l’ex ministro Clini (quello delle Larghe Intese di Monti, che contrastava i magistrati di Taranto); pag.31: ‘Tutta l’Italia è diventata un’immensa discarica’“. Ascolto la radio e apprendo che il capo camorrista Iovine ha appena dichiarato ai magistrati che la malavita organizzata “non ha infiltrato la politica ma bensi le si è sovrapposta” condizionando sindaci campani di ogni colore. In altre pagine de La Stampa ci sono invece i report elettorali con la “marcia trionfale” di Renzi: il 47% dei votanti (66%) lo ha scelto. L’Italia rimane in balia di una nuova Democrazia Cristiana, tecnocratica e prepotente, di un sistema di potere clientelare e corrotto che invece di cedere si consolida malgrado le inchieste della magistratura. Un Potere forse peggiore della vecchia Dc – mi fa notare qualcuno – perchè almeno quella prevedeva e gestiva una spesa sociale. Questi tagliano, spendono e depredano.

Distonia? Evidentemente no. C’è un’Italia malata di clientelismo, assuefatta al malaffare, drogata dai media, noncurante di qualsiasi cosa che interferisca con la propria quotidianità difficile ma infarcita di superfluo tecnologico, disposta a sopportare di tutto o a dare fiducia a chi le vende fumo. Come negli ultimi vent’anni berlusconiani con i suoi disastri etici e morali e con un patto occulto tra le parti che solo da poco, con l’inizio delle Grandi Intese, ci è stato disvelato; come nell’era democristiana (40 anni), come per il fascismo (allora ci volle una guerra perduta e la fame per fare incazzare gli italiani).

Un’Italia che sbuffa, mugugna, ce l’ha con tutti e tutto, rassegnata (quante volte abbiamo sentito dire: “Tanto fanno quello che vogliono…”?), disabituata alla partecipazione, disposta a barattare quel poco che ha e l’onestà con un voto pur di non essere disturbata: pensare sta diventando una fatica in più.

E’ un’Italia che subisce il voto di scambio scambiandolo per un regalo, a cui non importa dell’aria che respira, dell’ambiente mefitico che le si sta costruendo attorno: cemento, discariche, inceneritore; a cui non importa che i propri figli nascano già indebitati per opera di una classe politica predatrice e probabilmente diversi di loro si ammaleranno di qualche schifezza che già respirano o mangiano.

Nel voto a questa /ue c’è anche del paradossale: chi per vent’anni è stato ingannato dal messaggio che le due parti fossero avverse, e ricattato per conculcarne il voto (Se no vince Berlusconi…) oggi che il patto è alla luce del sole vota ancora gli ingannatori di sempre. Perchè “Se no questa volta vince “. Materia da psicanalisi. Scoraggiante, senza dubbio, perdere voti per fattori pscicologici piuttosto che per ragionato dissenso. Ma questa è la vera antipolitica di cui si nutre il regime.

Per farla breve, il sistema ha avuto paura, molta paura, e ha attivato tutti i suoi anticorpi, compreso un Presidente senza pudore che ha fatto campagna elettorale per Renzi tuonando contro i populismi antieuropei.

La sinistra è un discorso a parte. Una vecchia amica incontrata al Primo Maggio mi diceva “Non posso votare Grillo, abbiamo una storia alle spalle!“. E’ un esempio di falso senso di appartenenza per cui il Pd è sempre e ancora “la sinistra” e le varie metamorfosi non hanno disturbato certi “nostalgici” come non li disturba sentirsi rappresentati da La Ganga, Penati, Greganti e Quagliotti (solo per citarne alcuni). Potenza di legami ormai frusti ed effimeri, che vengono da lontano, che appartengono a chi sogna di un partito che non c’è più mentre le persone sono sempre le stesse, legate dai ricordi, da codici mai dismessi, da una apparente continuità col passato, da rapporti di dipendenza per il lavoro.

vitellone

Poi c’è il Sud che ha disertato in massa le urne malgrado la schiacciante disoccupazione giovanile, un Sud abulico, per lo più marginale, sottoproletario, chiuso in logiche di mutuo soccorso per vie clan-familistiche, che neanche gli 80 euro scuotono perchè destinati agli occupati. Un Sud per cui neanche il reddito di cittadinanza è credibile perchè “chissà quando”. Un Sud che dove ha votato, ha dato un milione abbondante di voti a indagati (Scopelliti, Fitto) o ha confermato pacchetti di voti a impresentabili come Mario Pirillo, padrino di campioni renziani come Picierno e Pittella.

A tutta questa Italia è difficile chiedere di cambiare: troppo impegnativo. Avrebbe tutto da guadagnare ma non è in grado, non se la sente di rischiare neanche con il solo voto. Conformismo, sindrome del gregge, bisogno un po’ fascista di un leader illusorio a cui affidare totalmente le sorti proprie e del paese?

Un’Italia malata, conservatrice, pavida,”prostrata culturalmente” (Carla Ruocco – ), difficile da recuperare. Probabilmente andrà sempre a traino di cambiamenti voluti da altri o frenerà, come ha fatto finora, qualsiasi cambiamento. Bisogna tenerne conto.

 

Dove prende i voti Renzi

Tutti gli osservatori sono concordi nell’attribuire al Pd il circa 10% perso da Forza Italia, quote di Lega veneta, la quasi totalità di Scelta Civica e quegli elettori 5 Stelle 2013 che non avevano capito il messaggio e che speravano in accordi con il Pd “per essere propositivi“. Su Renzi sono confluiti i voti dell’apparato clientelare, “dei poteri forti e una bella fetta di moderati, felici dei suoi accenti antisindacali, della legalizzazione del precariato e dello sbeffeggiamento di Equitalia” (Marco Politi). Dietro di lui ci sono le banche, le Camere di Commercio, i dirigenti della pubblica amministrazione, gli apparati sindacali, i boiardi di partito inseriti nelle partecipate, le coop rosse e la Compagnia delle Opere, tutti gli interessati alle Grandi Opere, mafia compresa. Basta vedere la lista di governo di un Chiamparino per rendersi conto dell’identità dei poteri che sostengono questa nuova Pd/ue: c’è Paolo Bertolino (CCIAA) destinato alle Attività Produttive e c’è Carla Ferrari (Compagnia di San Paolo) al Bilancio. E siamo solo all’inizio.

Altri voti sono arrivati da chi ha avuto paura della rabbia delle nuove generazioni semitecnologizzate, del web, del “rischio Grillo” nel suo insieme, cioè da una nuova maggioranza silenziosa.

Ci si è messa anche la sinistra residuale di Tsipras a togliere voti ai 5 Stelle (quanto coscientemente?): almeno l’1,5%, dicono gli analisti. Per cosa? Per prendere meno voti di Rivoluzione Civile nel 2013 (5,4%), mandare a Bruxelles tre deputati e sentirsi ancora vivi.

Per il resto, sono stati lanciati messaggi rassicuranti. Ha funzionato la carta del forzoso ottimismo, della non-rassegnazione, e la rabbia ha spaventato. I pavidi dovranno farsene una ragione perchè la rabbia non potrà che crescere.

Totòspaghetti

Dove si è sbagliato

Quanto è accaduto è un passo indietro che non deve sconvolgere ma riportare alla realtà un Movimento sano ma ancora giovane e politicamente immaturo. Tante sono le questioni da ridiscutere o da approfondire, le cose da cambiare senza però buttare tutto all’aria o alimentare rancori interni di cui i Pd/uisti sono pronti ad approfittare (è già ripartita la caccia al dissidente nei gruppi parlamentari col solito aiuto di servizi mirati sui media). Azzardiamo qualche punto, non in ordine di importanza.

 

Errori di comunicazione. Sicuramente ci sono stati eccessi e ingenuità di Grillo (Sono oltre Hitler…) che l’hanno reso ostico a qualche strato di elettori e preda dei media in agguato; d’altra parte Di Battista e Di Maio sono stati molto bravi in tv, meno assatanati, molto preparati. Hanno un futuro davanti.

Si è forse trascurato il messaggio più chiaro su cui puntare: l’onestà. Era la carta vincente, inattaccabile. Purtroppo è rimasta affogata nel pastone di rivendicazioni che obbligatoriamente rimanevano in superficie, non approfondite mentre le incertezze o le vacuità sull’Europa e sull’euro venivano sottolineate dalla controparte. Expo e Tav potevano essere argomenti da indicare più ampiamente di quanto sia stato fatto come esempio di malaffare, con cui spiegare come funziona il sistema. La comprensione del modello Tav è stata fondamentale per i valsusini per capire come va il mondo; perchè non poteva essere utilizzato di più come elemento esplicativo?

E perchè sul palco di Torino non si è attaccato il Pd e Chiamparino sui loro punti deboli: Tav, inceneritore, rapporti con la ‘ndrangheta, Greganti & co.,. e ci si è limitati invece a stare molto sulle generali? Paura delle querele?

E a proposito di Piemonte, un voto insufficiente merita l’immagine di Davide Bono: già lui non è un mostro di simpatia (lo sa benissimo…) ma quella foto sulle brochure elettorali (l’espressione, gli occhiali bordati di nero), diciamolo, invitava alle più basse scaramanzie.

 

Il Web. Il Paese reale non coincide con la rete, sarà bene metterselo in testa. Strumento di comunicazione e potenzialmente di democrazia partecipata, la rete non è utilizzata oggi dalla massa degli elettori per tenersi informati nè tanto meno per prendere decisioni. Se in prospettiva l’utilizzo della rete nella politica, nei servizi e nel sociale dovrà necessariamente ampliarsi bisognerà pensare a strumenti complementari per “stare tra la gente”, parlarsi e radicarsi nelle comunità.

 

Il personale politico. Fatta salva la maggior parte dei parlamentari che hanno dimostrato di avere acquisito in meno di un anno delle straordinarie capacità, bisognerà introdurre ulteriori criteri di selezione per garantire la qualità degli eletti. Un criterio di preselezione potrebbe riguardare la garanzia di una preparazione derivata da un impegno sociale in qualche misura prolungato se si vorranno evitare candidati scelti con poche decine di voti che alla prima occasione disertano. Dove per esempio il M5S è stato in prima fila per anni, contro il Tav o contro il Muos, ha espresso ottimi e irreducibili parlamentari e ha avuto successo elettorale.

Infine, il dibattito politico nei meetup è carente e “diretto” dai portavoce locali che non sono sempre all’altezza perchè anch’essi neofiti della politica. Non deve più capitare che si affrontino competizioni elettorali contro esperti “squali” di partito semplicemente con le buone qualità umane e morali. E’ un problema di preparazione politica.

 

La Val Susa

E’ l’unica consolazione di questa campagna elettorale. Le liste civiche di tendenza No Tav e per lo più sostenute dai 5 Stelle hanno conquistato tre nuovi comuni: la cruciale Susa, Caprie e Almese rendendo fattibile al più presto il progetto di Associazione dei Comuni contrari all’Opera e più ostico il cammino della lobby del malaffare che invece la persegue e prepara l’apertura dei cantieri a S. Giuliano di Susa.

A Condove, si è consumato l’inganno peggiore per gli elettori con l’affermazione di una finta lista No Tav, votata contemporaneamente dal centrodestra e da Rifondazione Comunista, nel solco delle direttive Pd per intorbidare le acque e impedire il successo delle liste di Movimento. La sensazione è che Prc con le sue mosse opportuniste si sia definitivamente giocata il futuro in Valle ma i fatti parleranno.

Se prima il portavoce 5S in Regione era uno, ora saranno in otto a garantire una buona resistenza istituzionale a fianco dei valsusini. Quindi, almeno sul piano locale le elezioni hanno prodotto un utile avanzamento. Di questo anche i più ottusi astensionisti ideologici dovrebbero tenere conto

La Val di Susa dunque si mostra compatta e solida nella sua scelta 5Stelle/No Tav, unica ma non magra soddisfazione. E’ stata inespugnabile per le Bresso, i Chiamparino sindaco, i Cota e sembra proprio che continuerà ad essere un osso duro per chiunque. (F.S. 29.5.2014)

 

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I luoghi della lotta non appartengono al Pd, di Massimo Lauria – http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=104177&typeb=0&NoTav-e-NoMuos-i-luoghi-della-lotta-non-appartengono-al-Pd

Different trains – di Sandro Moiso http://www.carmillaonline.com/2014/05/28/lezioni-controrivoluzione/