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Vajont – Magari fossi riuscita a turbare l’ordine pubblico

Ieri sera, 9 ottobre 1963, il monte Toc franava nella diga in cui affluivano le acque del Vajont, prima di gettarsi nel Piave. La diga cedette all'onda d'urto che raggiunse i paesi di Longarone e Castellavazzo seminando morte e distruzione. Un'ondata di acqua, detriti e fango che desertificò quanto andava incontrando, lasciando soltanto il terrore e il silenzio. Ieri, 9 ottobre 2013, cadeva questo sinistro anniversario che celebrava i 50 anni dalla tragedia. Una grande opera la diga del Vajont. La stima delle vittime fu di 1910 persone. Il processo, tra il 1968 e il 1971 si concluse riconoscendo la responsabilità penale per omicidio colposo plurimo, per la prevedibilità della frana e dell'inondazione.

Ieri sera, 9 ottobre 2013, a Rivalta, presso la Cappella del Monastero, a ricordare questo eccidio erano presenti Sandro Buzzatti, attore e testimone di quanto avvenne allora e testimone ora di quanto il potere impose perché i lavori venissero portati a termine, nell’indifferenza dei dati scientifici che ne allarmavano il prosieguo, presagendo il disastro. Una grande opera che getta sinistre ombre di similarità a un’altra odierna infrastruttura che sale quotidianamente ormai all’onore delle cronache: la tratta ferroviaria ad Alta velocità Torino-Lyon, di cui ha trattato Angelo Tartaglia, docente di Fisica generale al Politecnico di Torino. Un legame, tra il disastro avvenuto e il nuovo disastro annunciato, tracciato da Chiara Sasso, scrittrice (autrice tra gli altri di . Cronache dalla val di Susa, Intra Moenia 2005) che ha rilevato analogie e differenze tra la tragedia del e il che dovrebbe attraversare la Val di Susa.

Soltanto contando le vittime e i dispersi, i danni e le rovine ci si rese conto del peso che il potere aveva giocato nella caparbia volontà di dominio, sordo a qualsivoglia richiamo. In ricordo di questo indimenticabile lutto, vogliamo riproporre un articolo della giornalista Tina Merlin, denunciata allora per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” per gli articoli con cui si oppose alla sconsiderata costruzione della diga, processata e poi assolta dal Tribunale di Milano.

Magari fossi riuscita a turbare l’ordine pubblico

Da L’Unità, 13 ottobre 1963, p. 7.

Tina_MerlinNon mi ricordo esattamente quando ho cominciato ad occuparmi del Vajont. Probabilmente sette anni fa, quando sono cominciati gli espropri da parte della SADE. Era il mio lavoro normale di tutti i giorni. I proprietari – tutti piccoli coltivatori che dal loro pezzetto di terra ricavavano un aiuto in natura che serviva ad integrare il loro magro bilancio – si rifiutavano di cedere al monopolio, a un prezzo irrisorio, la loro terra. Era terra ricavata molte volte dai pendii e bonificata con il lavoro di generazioni. Rappresentava un valore materiale e affettivo insieme. Ogni lotta dei montanari contro il monopolio elettrico cominciava da qui. Non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui.
Occuparmi del Vajont non era stato perciò che continuare quello che facevo da quando, lasciata la mia Brigata partigiana, cominciai a lavorare per il Partito.
Dopo la Liberazione la SADE costruì in provincia di Belluno diversi bacini idroelettrici: a Pieve di Cadore, ad Arsiè, a Forno di Zoldo e nella Valle del Mis. Per ogni impianto mi era capitato di scrivere qualcosa contro la SADE. I soprusi, le prepotenze della società elettrica erano come si dice, il pane quotidiano di ogni giornalista che avesse voluto parlare di ciò che stava a cuore dei montanari di queste vallate. Non rivelavo segreti, non svelavo fatti misteriosi per il gusto di dare addosso ai capitalisti, riferivo quel che vedevo, quel che sentivo accadere intorno a me. Chiunque facesse questo mestiere avrebbe potuto scrivere le stesse cose. Anche altri ci hanno provato ma senza riuscire mai a leggere sul loro giornale quello che avevano scritto. E qualcuno ha passato dei guai per essersi occupato della SADE senza ascoltare i consigli della società.
Il coraggio e l’onestà di un giornalista non bastano per poter scrivere la verità su un giornale. Ricordo un episodio accaduto a Vallesella di Cadore. Due anni fa la popolazione di questo paese si rifiutò in massa di recarsi a votare in segno di protesta contro il governo che non aveva fatto rispettare alla SADE i propri impegni, per le case rovinate nelle acque del lago. Il sindaco convocò allora una conferenza stampa per chiedere a tutti i corrispondenti locali dei giornali italiani di scrivere le ragioni di questa singolare protesta. Ma alla conferenza stampa ci andammo solo in due, io e il corrispondente del «Giorno». Gli altri preferirono ignorare la cosa. I primi pezzi su Erto e sul Vajont li ho scritti per raccontare come venivano portati avanti gli espropri. La SADE ricattava i contadini: o accettare le cifre stabilite dal monopolio oppure subire gli espropri di autorità: il denaro intanto veniva versato in banca all’intestatario catastale del terreno che magari era morto o espatriato. Chi in effetti lavorava il pezzo di terra espropriato rischiava di non aver mai in mano quei soldi o di ottenerli dopo pratiche che sarebbero durate degli anni e a prezzo di spese non indifferenti.
In queste condizioni i contadini, uno dopo l’altro, hanno ceduto.
In seguito sorse un altro problema. Alcune frazioni di Erto venivano tagliate fuori dal centro con l’invaso. Esse erano collegate al capoluogo da sentieri che attraversavano la valle. I contadini li percorrevano come scoiattoli. Molti ertani possedevano i terreni sull’opposto versante. Come si sarebbero trovati dopo la realizzazione del lago? Chiesero una passerella che collegasse i due versanti. In un primo tempo la SADE disse che l’avrebbe costruita. Poi, attraverso le leve di potere che possedeva, si fece dare un’altra concessione dal ministero che la esonerava dal costruire la passerella. Al suo posto avrebbe fatto una strada di circonvallazione. Per gli ertani significava un lungo e accidentato percorso, soprattutto d’inverno: per i bambini delle frazioni che dovevano recarsi a scuola al capoluogo; per le vecchie, che all’alba andavano a messa; per i contadini che dovevano percorrere oltre tre chilometri per lavorare i loro terreni.
E poi c’era il pericolo di frane in una zona dove queste cadevano in continuazione nei mesi del disgelo; più di 6 chilometri tra andata e ritorno per le provviste, per il medico e per tutti i casi di emergenza che si potevano verificare. L’amministrazione comunale di Erto inoltrò un promemoria all’ufficio del Genio Civile di Belluno perché il ministero dei Lavori Pubblici fosse informato. Non ottenne nulla e la SADE cominciò a costruire la strada. Non si preoccupò neppure di avvisare i proprietari dei terreni. Andava avanti coi bulldozer. I valligiani erano esasperati. Un mattino gli operai dell’impresa vennero affrontati da un contadino che brandiva un’accetta. «Se fate ancora un passo avanti la uso», disse. Chi l’aveva ridotto alla disperazione? Anche per questo episodio scrissi una corrispondenza. Raccontai i fatti. La polemica era nelle cose. La strada, comunque, si fece.
Nel frattempo nel bacino di Forno di Zoldo franò un grosso lembo di montagna. La popolazione di Erto si allarmò. Se a Forno aveva fatto precipitare la montagna cosa sarebbe accaduto del loro paese che poggiava tutto su terra argillosa? Queste cose i contadini le sapevano da sempre, ma vollero interrogare i famosi geologi. E il parere dei tecnici e degli scienziati confermò le loro paure: era pura follia costruire un bacino sul luogo.
Le perizie geologiche diedero esca a nuove polemiche e le proteste si fecero più vivaci. Si arrivò a costituire un «Consorzio per la difesa della valle ertana» al quale aderirono 136 capi famiglia. In quella occasione scrissi l’articolo per il quale mi processarono. Raccontai quanto avevano detto i montanari all’assemblea costitutiva del Consorzio. Avevo commesso il «reato» di registrare i fatti e un vice brigadiere dei carabinieri mi accusò di aver diffuso «notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico». Fossi veramente riuscita a turbarlo l’ordine della SADE, oggi non saremmo qui a piangere i nostri morti e a maledire i responsabili!
Qualcuno molto più in alto di un funzionario di polizia sperava di tappare la bocca, di intimorire e mettere a tacere i valligiani. Tra la denuncia e il processo scrissi altri pezzi. E furono probabilmente quelli che contribuirono a farmi assolvere. Nel frattempo, infatti, sul monte Toc si erano prodotte fenditure e successivamente una frana era precipitata giù dalla montagna. Parlai del pericolo di nuovi smottamenti e crolli, parlai di una massa di 50 milioni di metri cubi che minacciava di piombare a valle. E sbagliai solo per difetto. Venne il giorno del processo. I montanari di Erto si presentarono davanti ai giudici di Milano in qualità di testi. «Qui ci sono le prove. Se non ci credete venite voi stessi a vedere. Signori giudici, fate qualcosa perché non succeda di peggio».
Della SADE al processo non si fece vivo nessuno. Neppure il brigadiere che stese la denuncia si presentò. Il Tribunale fece il possibile. Sentenziò che i fatti denunciati erano veri, che il pericolo c’era.
Ma chi considerava un articolo sull’«Unità» più pericoloso di una frana grossa come una montagna restò inerte. Chi doveva trarre le conseguenze dalla sentenza non mosse un dito, anzi autorizzò la SADE a costruire la diga mortale. Ora che l’irreparabile è accaduto, c’è ancora chi ha il coraggio di affermare che a Roma nessuno sapeva. Come se la Camera, il Senato, dove le mie, le nostre denuncie sono state portate dinanzi ai ministri responsabili non stessero a Roma, ma nella capitale del Tanganika.
C’è poi l’ipotesi che invoca il silenzio di fronte ai lutti e alle devastazioni, che incolpa di tutto le forze della natura. E c’è chi ci considera soltanto dei giornalisti più bravi e più coraggiosi degli altri ed è disposto a riconoscere che, sì, qualche straccio di tecnico può essere buttato all’aria purché non si tocchi il sistema, purché non si arrivi alla radice.
Non sono né più brava né più coraggiosa di tanti miei colleghi. Non volevo certo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la SADE. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana, dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il mio furore per non esserci riuscita.